62° Internationale Filmfestspiele Berlin

Mercy - Matthias GlasnerColpa e redenzione nel buio inverno scandinavo vengono esaminati in Mercy (Gnade), ultimo film tedesco in concorso. Un ritmo lento, il dramma incombente sulle conseguenze di un incidente d'auto che riporta ad alcuni dei temi prediletti dal regista Matthias Glasner. Girato nel clima estremo e nell´austera bellezza del Circolo Polare Artico, il film rifiuta di seguire la sua promessa di avventura, preferendo utilizzare i suoi paesaggi come un grande sfondo metaforico al dramma intimo ed interno ai personaggi. Spesso la lentezza risulta eccessiva e quasi snervante, anche se riconciliante con quei paesaggi.

Infatti in mancanza di qualsiasi riferimento e sfondo storico o sociale del profondo nord (così acutamente catturato ad esempio nei lavori di un regista "locale" come Knut Erik Jensen in film come Stella Polaris, Burnt by Frost e Passing Darkness), Mercy rimane la storia di un regista estraneo a quel mondo di lavoratori ospiti in un contesto che è più freddo (metafisicamente) che invernale, una versione più bella e romantica della Germania insomma.

In un prologo espositivo, lo schermo si divide in tre per mostrare ingegnere Niels, sua moglie Maria e il loro figlio Markus mentre si preparano a trasferirsi a Hammerfest, in Norvegia, dove Niels (Jurgen Vogel) è pronto ad assumere un posto di responsabilità in un impianto di gas naturale. La città innevata costiera è una cartolina di "notti polari", i due mesi dell'anno quando il sole non sorge e la terra rimane al buio. L´impianto a gas, circondato da minacciose acque agitate e buissime, fa presagire già un certo disagio ma è un dramma familiare a irrompere nel film. Niels, il cui matrimonio sta già avendo delle crepe dalla sua ultima relazione extraconiugale, inizia a vedersi con la sua bella collega norvegese Linda (Ane Dahl Torp) già a poche ore dal suo arrivo. Maria (Birgit Minichmayr), nel frattempo, trova lavoro in un ospizio pieno di pazienti che vanno verso la morte.

Tornando a casa una sera tardi, Maria colpisce qualcosa sulla strada e torna a casa in preda al panico, senza verificare di cosa si tratta. Niels corre a guardare ma al buio non può trovare nulla. Più tardi, con orrore, Maria scopre che ha ucciso una sedicenne locale. Nascondere è la parola d´ordine per non rompere i fragili equilibri famigliari, così i coniugi si tuffano in un incubo di paura e di colpa che Glasner descrive in modo accurato e dolorosamente asettico. Situazione di stallo, anche dal punto di vista narrativo. Il film riacquista quota quando si mostra come la tragedia avvicina i protagonisti e la sofferenza reciproca guarisce il loro matrimonio.

Questi sono alcuni dei migliori momenti del racconto, in cui colpisce lo scavo psicologico apparentemente sottile ma profondissimo. La tensione è molto forte soprattutto quando nel coro locale in cui canta Maria, ci sono anche i genitori della ragazza che ha travolto, ignari di tutto. La verità comunque viene a galla in una scena apparentemente senza un minimo di trasporto. Stacco, è estate, il sole di mezzanotte illumina tutti, buoni e cattivi. Le voci ossessionanti e le melodie penetranti evocano il rito collettivo di un tempo, suggerendo una dimensione spirituale al dilemma dei personaggi che emergono con grande naturalezza, nel finale quasi in maniera fin troppo consolatoria.

Gli ultimi minuti lasciano l´amaro in bocca e l´insistente realismo, che non lascia ombra di dubbio sui sentimenti e le intenzioni, non soddisfa appieno. Altro dubbio rimane su Stange, il figlio snervante nel suo silenzio. Segretamente registra la famiglia nei suoi momenti intimi con il suo Iphone, sembra aver fatto un passo fuori da Hidden di Michael Haneke, ma rimane li; la minaccia rappresentata dal suo spionaggio non viene mai utilizzata in modo significativo (come quella iniziale dell´impianto del gas), situazioni che sicuramente sarebbero potute essere sviluppate meglio.

Il paesaggio è davvero magnifico nella lucida e sottoesposta fotografia di Jakub Bejnarowicz (emblematica la scena della grande roccia innevata che esce dal porto come una grande balena bianca). Bella anche la colonna sonora, usata in modo alquanto sottile e nascosto. Anche questi due elementi però sono utilizzati da Glasner in maniera troppo accennata e poco significativa, forse proprio a sottolineare che solo chi è nato in quel profondo nord, può viverlo e di conseguenza metterlo in scena con un trasporto decisamente superiore.


Erik Negro