Paradiso amaro - Alexander Payne
Aveva scritto di questo film Alessandro Giordano, dal Torino Film Festival. Oggi il lavoro di Payne esce nelle sale e vi presentiamo un ulteriore approfondimento...
Alle Hawaii non splende sempre il sole. I giorni di pioggia e di cielo scuro si affacciano di tanto in tanto su questo meraviglioso arcipelago polinesiano di isole semisfruttate dal turismo di massa americano.
Parte da questo presupposto il romanzo di Kaui Hart Hemmings per raccontare sul grande schermo un drammone familiare diventato il film Paradiso amaro (in uscita il 17 febbraio -oggi, ndr- e candidato all’Oscar) e diretto da Alexander Payne (Sideways) e con George Clooney in versione sofferente e dismessa dall’immagine di maturo sex symbol.
Clooney è Matt, un avvocato di successo, molto ricco. Per vocazione o scelta personale, tiene un profilo basso sia nella professione che nel ruolo di padre di una famiglia in pezzi. La sua incapacità di tenere le briglia degli affetti domestici lo rende una figura grigia e assente, un uomo apatico, senza ambizioni, senza passioni e indifferente alla famiglia.
Soltantanto davanti alla tragedia, all’incidente stradale e al conseguente coma della moglie, Matt/George dovrà indossare i panni della responsabilità, tentare di ricostruire lo sfilacciatissimo rapporto con le due figlie adolescenti e scoprire un’amara verità: il tradimento della moglie.
Un missile che manda in frantumi la presuntuosa sicurezza di avere il controllo su una vita perfetta, ma che in realtà è anestetizzata dall’inganno personale di non voler vedere quello che gli succede attorno. Il coma della moglie sarà la molla che lo farà uscire dal suo coma esistenziale. Lo spingerà a conoscere l’amante della ex consorte (che aveva una relazione anche quando era sposata con lui), lo costringerà a fare sentire la sua voce nella tribù di parenti che vogliono lo sfruttamento commerciale di terre sacre e donate da loro nobili discententi autoctoni hawaiani, The Descendants, che è poi il titolo originale del film.
Per raccontare con la sua machina da presa, Alexander Payne, grande conoscitore della natura umana, con tutte le sue contraddizioni e mille debolezze, non usa l’artificio dei flash back.
Nel film, così, non ci sono salti temporali e digressioni nel racconto, ma soltanto dialoghi ben scritti e penetranti primi piani che vanno a scandagliare nel profondo l’animo dei personaggi che compongono una famiglia normale, sconvolta dal dolore dove non esistono i buoni o i cattivi, perché ognuno porta in sé quelle mancanze e colpe che la tragedia porterà alla luce per costrigerlo a percorrere la strada della dolorosa conoscenza di sé e degli altri.
In particolare, c’è una scena che meriterebbe l’attenzione di chi guarda e, soprattutto, dei giurati dell’Academy che il 26 febbraio decideranno se premiarlo con l’Oscar: quando Alexandra, (la giovane e di talento Shailene Woodley), figlia 17enne, che da tempo serba rancore per la madre, scopre dalle parole del padre (mentre nuota in piscina) che la donna è in coma irreversibile; allora si immerge nell’acqua coperta di foglie autunnali e urla per sfogare così tutto il dolore che le esplode nello stomaco.
E’ una scena molto intensa, lancinante, evocativa e molto simbolica.



