62° Internationale Filmfestspiele Berlin

The flowers of war - Zhang YimouNel 1937 il Giappone invase la Cina, cominciando la Seconda guerra sino-giapponese (spesso considerata come parte della Seconda guerra mondiale). Le truppe giapponesi occuparono la città di Nanchino a dicembre e perpetrando quello che sarà ricorda come il terribile massacro di Nanchino. Il numero totale di morti, inclusi quelli conteggiati dal Tribunale Militare Internazionale per l'Estremo Oriente e dal Tribunale per i Crimini di guerra di Nanchino, fu all'incirca tra i 300.000 ed i 350.000. Zhang Yimou alla 62esima edizione della Berlinale presenta (quella che dovrebbe essere) la trasposizione di quell'evento.

Alla fine, a quanto pare, ogni spreco senza senso della vita umana si risolve nel nulla nichilista. Questo è l'unico modo per giustificare I fiori di guerra, in cui il veterano regista cinese rivisita il massacro del 1937 facendo qualcosa di simile a un backstage musicale, con pause per l'omicidio o lo stupro occasionale.

Appare subito però chiaro, molto tempo prima delle due ore e mezza di durata, che The Flowers of War affonda nella sproporzione tra gli eventi in corso e la distanza di Yimou; quasi un trattamento stranamente dovuto e asettico, un rifiuto di assumere un punto di vista su uno dei capitoli più raccapriccianti della storia cinese.

Simbolo di questa distanza è la decisione di impostare la maggior parte del film all'interno del complesso di una chiesa, quasi a voler avvertire lo spettatore europeo. Il risultato è un'atmosfera artificiale, mentre le scene di apertura, ambientate nei vicoli, si svolgono in una nebbia di guerra vera, con il fumo (e ad un certo punto la polvere alzata da un grande cumulo di farina) come ad isolare i personaggi del mondo reale di Nanjing, quasi si volesse raccontare con discrezione e timore quei fatti così drammatici. A posteriori l´unica spiegazione razionale di questo nascondersi, forse, (in termini di struttura del film) è nel fatto che la storia è narrata da uno degli studenti e ciò che vediamo può corrispondere alle sue sensazioni e memorie romanzate; ma non può davvero essere una giustificazione sufficiente.

Christian Bale interpreta John Miller, un vagabondo malfamato americano che sembra essere un impresario di pompe funebri (e che poi si scopre essere un politico...), che all'inizio del film corre verso la chiesa, dove viene pagato per condurre una sepoltura. In movimento sono anche due gruppi di giovani donne, i fiori del titolo. Tutte queste persone (comprese le prostitute del luogo) si rifugiano nella chiesa. La situazione è artificiosa e riassunta in una scena che a Yimou piace così tanto che la ripete: le prostitute ridono attraverso il sagrato al rallentatore, ignare della tragedia imminente. Ci sarà tragedia, naturalmente, anche se prende una forma stranamente obliqua, con l´arrivo irreale dei giapponesi. Un gruppo si esibisce in quello che sembra essere un sacrificio, pieno di contenuti sessuali e sociali. Nel frattempo scorrono le imprese della macchina da presa nel mondo esterno in scene che sembrano occasionali e servono solo a ricordarci che stiamo guardando un film di guerra.

In una delle poche sequenze degne del suo talento Yimou mostra un ufficiale solitario (Tong Dawai) che cerca di combattere un contingente di soldati giapponesi, a protezione della chiesa in un atto di eroismo iperbolico. Più tardi, in una resa al sentimentalismo lordo, due prostitute lasciano il rifugio per un tipo di missione di misericordia folle che succede solo nei film, con conseguenze particolarmente preoccupanti. Tranne questo il regista si astiene dalla rappresentazione della brutalità giapponese, che in gran parte si esprime sotto forma di minacce e intimidazioni.

Basato su un romanzo storico di alto profilo dello scrittore cinese Yan Geling e sceneggiato da Liu Heng, la cui collaborazione con il regista risale al Ju Dou, questo film, il pià costoso della storia cinese, è un tentativo cosciente di rendere gli orrori della storia di Nanchino drammaticamente accessibili ad un pubblico più vasto. Ciò non riesce affatto soprattutto considerando che il regista in questione è Zhang Yimou (Lanterne rosse, La foresta dei Pugnali Volanti, La città proibita), colui che ci ha fatto scoprire il nuovo cinema cinese, straordinariamente diverso e nuovo rispetto a questo infausto film.


Erik Negro