62° Internationale Filmfestspiele Berlin

Intervista a Paolo e Vittorio TavianiQual è stato durante la vostra vita il rapporto con Shakespeare?

Paolo: Per qualunque persona che tenti di fare arte e soprattutto voglia raccontare e comunicare qualcosa Shakespeare più che un mito appare subito come un padre, un fratello. personalmente quando ero ragazzo appariva proprio una sorta di compagno di avventure, un fratello maggiore in cui spesso mi rifugiavo. Andando avanti con gli anni, e prendendo consapevolezza con la grandezza della sua opera, aumenta la distanza, fino a vederlo come personaggio idealizzato. Poi arrivati ad una certa età ci siam sentiti in dovere di destrutturare e ricostruire in un altro mondo, il cinema appunto. Rappresentato attraverso un mezzo, per molti, degenere e raccontato da personaggi, per molti, degeneri. Il risultato è questo e pensiamo che almeno dal lato umano probabilmente a Shakespeare piacerebbe.


E perché proprio la scelta del Giulio Cesare?

Vittorio: Questo film innanzitutto è nato assolutamente per caso. Una nostra amica ci aveva detto di aver trovato un teatro dove ancora si piange, e si trovava a Rebibbia, nel carcere. Una volta andammo ad uno spettacolo, si rappresentava l´Inferno di Dante. I carcerati davano voce a Dante attraverso il loro inferno; in particolare entrammo proprio nel momento di Paolo e Francesca e sembrava di vedere negli occhi degli attori tutti i loro amori impossibili. Detto questo la scelta è caduta sul Giulio Cesare proprio perché protagonisti in essa sono il potere, il tradimento, la congiura e l´assasinio. In particolare tutto è fondato sul concetto di uomo d´onore, concetto ampiamente vissuto anche dai detenuti nelle loro condotte di vita in cosche mafiose. Per noi questo è stato l´incontro di due realtà su un aspetto dell´umanità da riscattare. Abbiam creato un’opera di linguaggio sull´esprimersi in maniera diretta, dato voce a questi personaggi che si incontrano e si scontrano con quelli del Giulio Cesare.


Com’è stato girare in carcere? Come avete vissuto all´interno di quella realtà e con i suoi abitanti?

Paolo: È stato un rapporto di emozioni espanse per tutti, la troupe, i protagonisti e anche per noi. Per gli attori è stato il momento dell´affermazione di se stessi, il momento in cui dire al mondo che ci sono e farsi sentire in questo modo. Filmare le prove e i momenti nelle singole celle in cui i carcerati entrano in contatto con Shakespeare (il film si incentra proprio su questo. N.d.r.) è in qualche modo il rendere conto di esperienze assolute e drammatiche, che appartengono solamente a loro e che noi abbiam cercato, nel modo più fedele possibile, di rendere al cinema. Per loro, l´opera prima e il film poi, sono un enorme motivo di orgoglio e riscatto, quasi un modo di chiedere a tutto il mondo perdono attraverso l’arte.


Infine, perché, a parte la scena iniziale e quella finale, l´uso del bianco e nero?

Vittorio: Appunto, abbiam deciso di usare il bianco e nero nelle prove e non nello spettacolo, proprio per rendere conto di quello che sta dietro, che a noi spettatori normalmente è celato. Il bianco e nero perché noi lo consideriamo ormai come il colore dell´irrealtà al cinema, per voler ancora confermare che questa storia ha una dimensione totalmente propria ed è diversa, forse nuova. Abbiam cercato in tutti i modi di rendere un’umanità complessa in una società complessa. Poi Cesare deve morire può essere un film più o meno bello, ma l´importante è che trasmetta questo messaggio. Per noi solo l’esperienza di aver girato questo film è già moltissimo, il resto, per chi racconta, vale fino ad un certo punto.


Erik Negro