Andrea Purgatori, sceneggiatore: L’industriale, dalla carta alla pellicola

In esclusiva per Paper Street, uno dei più premiati e raffinati sceneggiatori del cinema italiano ci racconta come sia nato sulla carta l’ultimo film diretto da Giuliano Montaldo.

Paper Street Intervista Andrea PurgatoriAndrea Purgatori (Sceneggiatore, tra gli altri, de: Il muro di gomma, Il giudice ragazzino, Caravaggio, Fortapàsc, Fascisti su Marte, Vallanzasca, Aniene)

Per quanto riguarda la scrittura, una delle evidenze più palesi è una rara spontaneità dei dialoghi, che mai risultano artificiali, ma sempre discorsivi, realistici e assolutamente attuali, anche nella scelta dei vocaboli, se non gergali, comunque tipici di un certo parlare confidenziale e tipico del nostro quotidiano: in fase di scrittura, come è riuscita questa alchimia? I dialoghi sono stati una scrittura corale oppure uno di voi era dedicato più precipuamente a questo aspetto?

Il lavoro sui dialoghi è un’arte che si costruisce negli anni e con l’esperienza. Io seguo un metodo per fasi progressive. Nella prima stesura bado alla sostanza di ciò che i personaggi devono dire. Cerco di tagliare la scena conservandone il cuore. Nelle stesure successive mi dedico alla forma, come se si trattasse dei dialoghi di un romanzo. Poi arriva la parte più divertente, almeno per me. Comincio a recitare le battute in tutti i ruoli del film, da solo davanti al computer, ad alta voce. Ho imparato sia l’unico modo per capire come i dialoghi si adattano al movimento della bocca e contemporaneamente cerco di sentire a orecchio se suonano finti o corrispondono al linguaggio di tutti i giorni, nei diversi toni di ogni personaggio. Uomini e donne. Quindi, in buona sostanza sporco quello che in precedenza avevo curato. Infine, una volta scelti gli attori, adatto le battute alla loro fisicità. E il gioco è fatto. Non garantisce sempre un successo, ma ormai non saprei fare altrimenti. Non è un percorso che tutti i registi permettono di completare fino in fondo, ma con Montaldo ho potuto lavorare in piena libertà.

Pierfrancesco Favino, al momento, al di là dell’indiscusso talento, è sicuramente uno dei volti più presenti sugli schermi del cinema italiano, trasversale ai generi: la sceneggiatura è stata scritta nella consapevolezza che avreste avuto la faccia e il corpo di Favino, e dunque disegnata a parole sulle sue abilità attoriali, oppure è stata una scelta di casting indipendente? Come si scrive, sapendo in anticipo chi sarà l’interprete di un ruolo, un personaggio?

L’idea è sempre stata quella di affidare il ruolo di protagonista a Favino, ma la conferma è arrivato a metà del lavoro. C’era il suo personaggio ma occorreva adattarlo, nell’azione e nelle battute. Ci siamo incontrati, abbiamo discusso le sue giuste riflessioni e le ultime stesure sono state costruite cercando di cucirgli addosso l’abito perfetto. Idem per Carolina. Anche i suoi suggerimenti sono stati preziosi.
La fotografia del film, alla stessa stregua degli interpreti umani, si può dire sia una costante protagonista della storia: Catinari ha prestato il suo mestiere alle esigenze del set oppure nella fase di scrittura questo livido fotografico era già stato previsto? Esattamente, di cosa volevate fosse metafora?

La prima volta che Montaldo mi ha parlato della storia che aveva in mente, gli ho detto: facciamolo in bianco e nero. Perché è una storia di crisi, di solitudine, in una città che è diventata grigia, in tutti i sensi. Alla fine c’è stata questa visione geniale di Catinari che ci ha regalato una fotografia perfetta. Un colore decolorato, un bianco e nero contemporaneo. Che è diventato parte integrante della storia.

Da sceneggiatore, non un giudizio ma una domanda formale sulla regia: esiste secondo te una corrispondenza di intenti e sussiste uno specchio tra la stesura sceneggiata e la resa registica data da Montaldo al film? Il film sulla pellicola è come era sulla carta?

Montaldo ha discusso con me la sceneggiatura battuta per battuta, l’abbiamo recitata. E’ un cineasta con un rispetto profondo per la scrittura del film. In questo senso è un regista grande. Interpreta la sceneggiatura ma ne conserva intatta l’anima, ce ne fossero. Se dovessi tradurre in percentuale, direi che la corrispondenza tra testo e girato è al 90 per cento. Persino nei fiati. Questo mi ha fatto felice.

Una figura secondaria in termini di presenza scenica è stata quella interpretata da Andrea Tidona, a mio parere però interessante in questo suo ruolo che oserei definire di memoria collodiana, da Grillo Parlante: chi volevate che fosse davvero e che archetipo incarna nel film?

Tidona è l’uomo che sui titoli di testa ti racconta in cento parole la sua idea di crisi, partendo dal Vietnam per finire ad Obama. E’ l’imprenditore italiano che incarna il cinismo peggiore ma ha anche quel senso pratico, quel buon senso pratico che spesso viene scambiato per egoismo. E’ l’industriale della vecchia guardia. Che ha fatto i soldi, ha sfruttato ma ha anche dato e con la politica attuale non vuole neanche prendere un caffè. Contraddittorio, come il boom economico prima del disastro.

Raccontami una curiosità sulla sceneggiatura o sul film: qualcosa che è stato tagliato, qualcosa di imprevisto, qualcosa di comico. Confessaci un segreto su L’Industriale.

Avevo immaginato l’amica di Laura (Carolina Crescentini) come una trentacinquenne single e in pace con se stessa, col cibo e col sesso. Una capace di girare tutto, anche i momenti più drammatici, su un sano, malizioso erotismo fatto di sottotesti. Ma ci siamo resi conto che non funzionava. Le battute sono state ridimensionate. Poi ho visto Elena Di Cioccio che l’ha interpretata e mi sono detto: perfetto, con quel profilo e quel sorriso è così erotica che può anche dire la metà delle battute. Funziona alla perfezione. Potenza di un’attrice.


Nicole Bianchi