L'industriale - Giuliano Montaldo L’industriale del nord, torinese nello specifico della pellicola, luogo comune vorrebbe fosse l’uomo borghese che, per lignaggio ereditario - non raramente indegno erede del talento imprenditoriale paterno - o per matrimonio perbenista, secondo le logiche canoniche della provincia, riesce a diventare il padroncino della fabbrichetta, che si plasma a immagine e somiglianza del suo parco giochi ideale, giusto utile a stipendiarsi: la fabbrica come micro regno su cui esercitare il potere, senza la consapevolezza dell’evoluzione sociale dalle regole medievali del feudatario sui vassalli o delle fini sanguinarie dei dittatori politici, deliranti padroni del proprio popolino.

L’industriale di Montaldo (regia) e Purgatori, queste le firme della sceneggiatura del film, è invece un uomo – Pierfrancesco Favino, solido nel fisico e fedele nel mestiere - che dimostra di aver contratto quasi una promessa matrimoniale – come, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia – con la dignità e l’orgoglio del suo essere un vero essere umano, fedele alla propria fabbrica, quale manifesto esempio di credo professionale e sociale. Semplicismo conduce a leggere la trama come lo specchio di una diffusa crisi economica del Paese: certo non la si può negare, ma non si può nemmeno attribuire alla sceneggiatura - eccellente in alcuni dialoghi e, se possibile, ancora di più in alcuni vocaboli calzanti e postmoderni, eppure non stridenti – l’essere la scontata stesura della contemporanea crisi sociale.

L’attualità di scrittura e la modernità di regia, se non ne fossimo a conoscenza, non potremmo datarle come proprie di un uomo la cui nascita data 1930, ovvero gli 82 anni di Giuliano Montaldo. Il ritmo verbale del film, in due passaggi chiave - il teso dialogo generazionale tra Crescentini e la madre e il sipario comico della truffa ai tedeschi, con i camerieri del sushi bar impettiti in improvvisati doppi petto da manager dell’alta finanza asiatica, recitato con magistrale prova da Favino – riesce a fendere lo spessore artificiale dello schermo e arrivare addosso allo spettatore, come se lui stesso fosse parte reale della scena.

Utile allo snodo, ma non rilevante dal punto di vista della forza narrativa, la crisi affettiva tra Crescentini e Favino: quest’ultimo potente e, per un’ennesima volta, degno di nota nel ripetuto pianto stretto in primissimi piani che - non sovrastando per tecnicismo - consentono alla maschera attoriale, tagliata da disperata lacrima, di raggiungere la cosiddetta capacità di bucare lo schermo.

Il livido fotografico di Arnaldo Catinari, che colora l’intera pellicola di una sfumatura di bluastra nebbia, è un virtuosismo estetico che prende per mano la storia e fa della direzione della fotografia un valore aggiunto e una capace metafora dell’atmosfera paesaggistica, ma soprattutto emotiva, dell’intera vicenda.


Nicole Bianchi