Millennium - Uomini che odiano le donne - David Fincher
Se vi sembra di averlo già visto, tranquilli, non siete vittime dell’ennesimo destabilizzante déjà vu: è un remake a tempo di record.
Appena nel 2009 usciva nelle sale Uomini che odiano le donne, film diretto dal regista svedese Niels Arden Oplev e adattamento del primo capitolo dalla trilogia Millennium, romanzo best-sellers di Stieg Larsson.
Ora abbiamo l’opportunità di ammirare la trasposizione di David Fincher, il regista che ci ha turbato con Seven, appassionato con Fight Club, emozionato con Il curioso caso di Benjamin Button e che si è meritato ben tre Oscar col più recente The Social Network.
Non deve essere stato facile per il regista statunitense girare Millenium a così poca distanza dal precedente. L’originale svedese non era, a mio avviso, così mediocre come i critici l’hanno definito (almeno non il primo dei tre film): plot narrativo impegnativo ma scorrevole, inquadrature efficaci se pur prive di virtuosismi, gelidi e affascinanti paesaggi svedesi sullo sfondo e un cast che, per quanto sconosciuto, si è dimostrato all’altezza del grande schermo.
Ma certo tutto questo non ha intimorito Fincher. Il regista ha portato tutta la produzione in Svezia e ha scelto il volto, tipicamente americano, di Daniel Craig per il ruolo del protagonista: il giornalista Mikael Blomkvist, che viene contattato da un ricco industriale svedese per far luce su una misteriosa sparizione, avvenuta molti anni prima all’interno della sua famiglia. E sono proprio i familiari dell’industriale a essere i principali sospettati. Per risolvere il mistero Blomkvist si avvale della collaborazione della giovane Lisbeth Salander (Rooney Mara), una hacker geniale, dal look androgino e aggressivo, ma con un passato oscuro.
Trovatosi a disposizione un budget decisamente maggiore rispetto alla produzione svedese, Fincher non si lascia sfuggire l’opportunità di giocare in maniera sperimentale con i titoli di testa. Sulle note di una cover di Immigrant Song dei Led Zeppelin cantata da Karen O. e riarrangiata da Trent Reznor e Atticus Ross (duo con cui il regista aveva già collaborato per la colonna sonora di The Social Network), un liquido nero prende forma e ci anticipa che stiamo per assistere a una storia di grandi passioni, sofferenza e inquietudine. La fotografia è caratterizzata prevalentemente da toni freddi, atmosfere cupe e “nebbiose” anche quando c’è il sole. La fotografia è la Svezia. I movimenti di macchina, delicati e silenziosi, sono suggestivi e si caricano di valenze emotive differenti a seconda del momento narrato.
I fan di Millennium sono sicuramente stati accontentati: per quanto riguarda la trama, infatti, la trasposizione americana risulta più aderente al romanzo di Larsson rispetto a quella di Olpev, ma lascia comunque grande spazio all’interpretazione.
Aspettatevi scene di violenza che vi colpiranno come un pugno nello stomaco e di esser presi dalla tentazione di emulare Poirot (o Jessica Fletcher, se preferite) nel tentativo di arrivare a capo di un mistero che si infittisce sempre più. Vi sentirete dei voyeur, proverete disagio e indignazione ma, in qualche raro momento, vi sorprenderete persino a sorridere. Insomma, sarete coinvolti dal primo all’ultimo fotogramma. In tutto questo emerge la superiorità di Fincher.
Ammetto però di aver sentito un po’ la mancanza di Noomi Rapace nel ruolo della protagonista, e chi ha visto il film svedese penso potrà capirmi. Interpretare un personaggio come quello di Lisbeth è senza dubbio una dura prova dal punto di vista della recitazione. Rooney Mara se l’è cavata egregiamente, ma, secondo me, l’impatto visivo e l’espressività dell’attrice svedese sono stati più efficaci.
Ma, consoliamoci, poteva andare peggio. Fra le candidate per il ruolo da protagonista si vociferava la presenza di Scarlett Johansson che, per quanto bella e brava, sarebbe stata assolutamente inadeguata nel ruolo dell’hacker...
Soprattutto se si pensa al fatto che sarebbe stato proprio un hacker a sottrarre dal suo telefono alcune foto senza veli, per poi diffonderle sul web. Amara ironia della sorte.



