Albert Nobbs - Rodrigo García (Anteprima)Ci sono storie la cui forza risiede nel lento procedere in punta dei piedi lungo il cammino della vita. Storie che portano nomi e cognomi come maschere non troppo esibite, ma così granitiche nel loro essere sussurrate che non lasciano spazio alla voragine delle menzogne che celano. Storie che non si risolvono con la vita o con la morte, perché sono storie che così come sono arrivate così se ne sono andate, senza affanni, senza rimpianti, senza tragici ultimi respiri, senza capovolgimenti improvvisi. Semplicemente in punta dei piedi.

Come la storia di Albert Nobbs. Una donna che nella Dublino del XIX secolo, per riuscire a sopravvivere alla povertà dilagante e senza pietà, decide di travestirsi da uomo ottenendo così un lavoro come cameriere presso il Morrison’s Hotel.

Albert Nobbs è una figlia illegittima, cresciuta da una donna pagata per non rivelarle mai le proprie origini e che comincia la sua finzione a 14 anni.

Una donna che non ha mai avuto il tempo di scoprirsi e di interrogarsi sulla propria identità. Ed è proprio questo che le permette di non essere scoperta per tanti anni, fino a quando incontra Hubert, una donna, che come lei, ha dovuto travestirsi per far fronte alle difficoltà della vita, e che mostra ad Albert come, nonostante tutto, ricostruirsi una vita può ancora essere possibile, a patto però di fare, una volta per tutte, i conti con la propria finzione.

Da qui il coinvolgimento di Albert in un triangolo amoroso con l’innocente cameriera Helen e l’arrivista tuttofare Joe.

Albert Nobbs, presentato fuori concorso al 29° Torino Film Festival, è un adattamento di un racconto breve di George Moore, curato proprio dall’attrice protagonista e candidata all’Oscar proprio per questo ruolo, Glenn Close (autrice anche del testo della canzone Lay your head down, presente nel film e cantata da Sinead O’Connor), che aveva già interpretato Albert, nel 1982, a teatro e che ha voluto con sé alla regia, per la terza volta, dopo 9 vite da donna e le cose che so di lei, Rodrigo Garcia, figlio dello scrittore Gabriel Garcia Marquez.

Un film che nonostante la drammaticità del tema riesce a non scadere in facili patetismi, riuscendo in alcuni casi a far intravedere squarci di umorismo.

Una regia lieve ed elegante attenta a mantenere un costante equilibrio fra tutte le storie che mette in campo, da quella principale di Albert Nobbs, a quelli degli altri camerieri e degli ospiti dell’albergo, abile e scrupolosa nel tratteggiare un affresco preciso del periodo, riuscendo a dare ampio respiro anche agli spazi più stretti, grazie anche all’uso del formato widescreen.

La regia ha i suoi episodi migliori proprio nei pasti e nelle feste consumate all’interno dell’hotel, con una profondità non solo di campo ma anche di indagine psicologica dei personaggi.

L’unico dubbio alla fine è che forse, una storia come questa, già di suo sussurrata, avrebbe avuto bisogno di una regia un po’ più coraggiosa, magari più imprecisa, non così statica e preoccupata a restituire le sfumature da risultare a tratti noiosa.

Da segnalare la presenza nell’ottimo cast di Mia Wasikowska (Alice in Wonderland) nei panni di Helen, Aaron Johnson (Nowhere Boy) in quelli di Joe, Brendan Gleeson (Harry Potter) e in una piccola parte anche Jonathan Rhys-Meyers (The Tudors).

Una storia, come detto in apertura, in punta dei piedi, che nel baccano della contemporaneità dovrebbe, non insegnare, ma aiutare a riflettere su come la nostra identità sia così labile e che nasconderla, cambiarla, rafforzarla dipende da una lotta continua tra tensioni interne ed esterne. Che spesso rischiano di confondersi in una confortevole, ma ingannevole, nuvola di sogno.


Luca Ferrando