L’arte di vincere -  Bennett MillerBilly Beane è il GM degli Oakland Athletics, una mediocre squadra che con piccoli budget riesce a sopravvivere tra i giganti della Major League di baseball. Quando al termine di una buona stagione si vede portar via i suoi tre migliori giocatori inizia a pensare al modo di smuovere le regole del gioco: come fare per fronteggiare squadre così imponenti? Inizia così ad appoggiare la filosofia di Peter Brand, giovane laureato in economia che gli dimostra come si possa costruire una squadra vincente basandosi solo su numeri e statistiche e non sui grandi nomi. Beane inizia così una vera e propria operazione di rifondazione della propria squadra con nomi sconosciuti o riserve. E se inizialmente questa filosofia lo stava portando al licenziamento, ben presto comincerà a dare i risultati sperati.

Mi sono avvicinato a questo film in punta di piedi, un po’ perché i film sportivi spesso mi annoiano, un po’ perché lo reputavo forse troppo americano e per questo poco interessante. E invece quello che mi sono trovato davanti è stato un film decisamente affascinante: non un film sportivo bensì quasi un film politico, in cui regole, abilità e tattiche sono molto più importanti degli atleti stessi.

Ma se è vero che lo sport non è al centro della storia, non si può negare che sia qui uno strumento principe per mostrare come nasce una buona strategia di gioco, come in realtà la matematica non sia quella scienza inutile che pensi essere quando sui banchi di scuola all'ennesimo votaccio esclami oscenità verso logaritmi ed equazioni, convinto che tanto non ti serviranno mai nella vita.

Ma L'arte di vincere è anche un film che dimostra come coraggio e rischio siano le costanti più importanti alla base di un cambiamento: "Stay hungry, stay foolish" diceva Steve Jobs e questo film in parte ne è la dimostrazione.

Merito di tutto questo è sicuramente del cast ma soprattutto di Aaron Sorkin, che è riuscito a concepire uno script dotato di grande carisma. Perché se è vero che la cerebralità dello script e la sua fissazione con i numeri e le spiegazioni lo rendono forse troppo freddo e distaccato, dall’altro lato la sua morbosità verso tutto ciò che è teorico lo rende molto affascinante, riuscendo nell'impresa di raccontare il baseball senza mostrare il baseball. Una scelta vincente.


Giuseppe Polenghi