Parlo sempre con le persone sbagliate - Corrado Meraviglia
Parlo sempre con le persone sbagliate ma un santo giorno ho deciso di smettere. Ho bussato intimidita alle porte del mio subconscio affinché la mia coscienza potesse prontamente manifestarsi. Una volta destata dal torpore di lunghi anni di solitudine, le ho urlato i miei pensieri, le mie preoccupazioni, le mie gioie, i miei dispiaceri. Non la ricordavo così, assomigliava tanto a mia madre, no a dire il vero era proprio lei che da dieci minuti cercava a stento di dirmi qualcosa. E a quel punto ho capito che gli avamposti della mia mente si erano spinti oltre i confini del tangibile.
Ho stroncato a malincuore l’energica voce di Corrado Meraviglia e la pausa sull’i-pod mi ha riportato alla realtà. Un’altra giornata carica di buone intenzioni, insomma; la stessa in cui ho deciso che non potevo non parlarvi del nuovo lavoro del cantautore savonese; perché un conto è mettersi all’ascolto di una serie di canzoni, un altro è immedesimarsi nelle stesse e a quel punto non c’è da stupirsi se vostra madre che mai ha smesso di blaterare, condivide il suo, il mio, il vostro stesso pensiero: "Parlo sempre con le persone sbagliate".
Corrado, un uomo come tanti che a un certo punto ha deciso di partecipare ad una seduta di psicodramma, con la differenza che alla terapia di gruppo ha preferito quella individuale e all’improvvisazione scene di vita vissuta. Fuggito per un attimo al trantran collettivo, ha deciso così di calarsi nelle vesti di cantastorie moderno per nulla smanioso di conquistarsi la scena. Il risultato? Undici racconti che si susseguono abilmente lungo un filo narrativo intimistico dal forte impatto emotivo. Carezze, cicatrici, "graffi" come prova vivente di qualcosa che conta, di pensieri vivi anche se lontani, perché una cosa è certa le persone vanno via ma i ricordi restano per sempre.
Un lavoro ricco di mesta felicità accompagnato da testi incisivi e da una melanconica linea melodica che si espande e ritrae in modo eclettico e provocatorio. A rendere magico il tutto, contribuisce in modo rilevante la voce gutturale, scandita da esotici arrangiamenti elettronici. Estro e originalità alla base di una semplice struttura compositiva che non ha bisogno di nessun arrangiamento barocco per imprimersi nella mente. L’album si apre con la dolcissima La tua vita, poggiata su un tappeto di arpeggi delicati che assieme a intrecci di tastiera eterei ed ammalianti creano un’atmosfera pacata e trasognante. Un brano dove si palesa istantaneamente la confessione di un artista stanco della saccenteria ad ogni costo; viva è la presa di coscienza della pesante leggerezza di coloro che confondono l’educazione con l’inesperienza.
La musica finale sfuma e ci si ritrova catapultati nel pezzo successivo. Un nuovo inverno è un brano di polso e senza compromessi, che coinvolge l’ascoltatore in un crescendo ritmico a cui si amalgamano rumorose digressioni elettroniche. Dal sapore quasi cinematografico, esplode in un monologo finale senza respiro, capace di riportare in auge la malinconia legata a irripetibili scenari passati. Quattro anni a Roma è uno dei momenti, a mio parere, più sublimi dell’album. Il verso "Certo che Roma è sempre bella" risuona come la scia di un'eco latente atta a paralizzare, con il suo continuo ripetersi, anche i pensieri più dinamici. Un sincronismo strumentale che ritroviamo in tutto l’album e che getta le basi per quello che può essere considerato un perfetto pop-rock, avvolgente anche nei suoi momenti più ruvidi.
Graffi e Avamposto #31 si manifestano come forze molecolari in equilibrio tra legami shoegaze, digressioni elettroniche e acidi sintetizzatori. La consapevolezza di una transitoria perdita di coscienza ("dimenticare se sono proprio io; dimenticare se siamo ancora noi") che ritorna segnata dal lungo assedio di cicatrici indelebili, a testimoniare l’appartenenza al proprio passato ("di piccoli graffi indelebili, per ogni contatto, per ogni carezza, così da sapere in ogni momento e avere la prova che non l’ho immaginato, che restano i segni, i segni sul corpo di quello che ha senso, di quello che è stato"). Come al mattino, canzone in pieno stile cantautorale che porta con sé le reminiscenze di un amore passato; interpretato ancora una volta con una voce sofferta e malinconica, imbevuta di profondo lirismo.
Non mancano brani introspettivi come 1.00 o Un’altra giornata carica di buone intenzioni . E se la versione pacata del brano d’apertura non vi ha completamente smosso, ecco che compare senza intralci, nella sua assenza alternativa: Non mi piace (la tua vita elettrificata).
C’era una volta un uomo qualunque con le sue storie, le sue preoccupazioni, le sue gioie, tutte perfettamente racchiuse in un’opera prima di tutto rispetto. Un artista a cui inevitabilmente si finisce con l’affezionarsi. Insomma, morale della favola tra le più incoraggianti, non è mai troppo tardi per inseguire le proprie passioni, anche quando queste sembrano essere lontane anni luce. Un inizio di carriera che non può fare altro che completarsi nel corso del tempo; perché bisogna dirlo, sarebbe veramente un peccato accontentarsi già ora di un happy ending.




