Seru - Woo Ming Jing e Pierre AndreCronaca della tragica fine di una troupe che va a girare un film horror in un bosco stregato, Seru (Malaysia 2011, presente all'ultimo Far East Film Festival di Udine) è uno di quei film fantastici che assumono la forma finzionale della registrazione filmata dei fatti. Il che naturalmente intensifica, non la credibilità, ma l'impatto emotivo; potremmo chiamarli i film REC (sembra il nome perfetto, anche se il primo non è stato REC ma The Blair Witch Project).

Il problema di questo tipo di film è che, stante il loro pretesto narrativo, si devono imporre una grammatica visiva molto stretta per inserire nel racconto la loro mimesi della ripresa. Essa poi deve continuare anche durante il panico e gli incidenti; c'è una sorta di buffa moralità in questo genere di film: chi riprende deve continuare a riprendere, qualunque cosa succeda. Questa grammatica della visione fallisce in Seru.

Il film pone due questioni diverse. La prima è: chi filma? Il plot fornisce la risposta, ma non sempre credibile come realizzazione. Per esempio in una scena - dopo l'attacco della ragazza posseduta che fa strage con una falce - tre dei personaggi strisciano sconvolti e terrorizzati lungo la parete, con grandi “sssst!”; quest'inquadratura è possibile solo se diamo per scontato che il quarto personaggio, che sta filmando, si muova in parallelo di fronte a loro, il che è piuttosto grottesco. La verità è che qui il suo essere personaggio è stato assorbito dalla necessità di filmare.

Ma la seconda questione è più problematica - né il film le dà alcuna risposta. In Seru vi sono due cinecamere diverse, in mano a due gruppi diversi: il film si alterna fra le due; e quindi il problema è: chi monta? Da dove viene questo montaggio parallelo per cui passiamo continuamente da una macchina all'altra? Naturalmente si potrebbe ipotizzare che quello che stiamo vedendo sia un editing posteriore alla vicenda, effettuato dai ritrovatori dei filmati; però nella trama di Seru non c'è assolutamente niente che suggerisca questa soluzione.

Tanto più che, verso l'inizio, abbiamo modo di vedere anche un frammento del film-nel-film, mentre viene girato, finché la ripresa non si interrompe improvvisamente perché una ragazza ha una crisi e cade a terra, posseduta dagli spiriti. Questo momento è bello, perché, rivelando che la scena del film-nel-film è finzione, passa di colpo a esibire quel controcampo invisibile di ogni film (e non enunciabile per definizione) che sono le macchine da presa, il regista e la troupe, insomma tutto l'apparato delle riprese. Tuttavia anche qui va fatta un'obiezione: il film-nel-film che vediamo mentre viene girato, lo vediamo già montato! Ci sono cambi d'inquadratura sugli attori, compresa un'inquadratura dall'alto di un albero; c'è perfino già il commento musicale. E' come se questi cineasti riuscissero a realizzare nello stesso tempo le riprese e la post-produzione - un vero miracolo, che appare più magico di tutti gli spiriti del bosco infestato.

Tutto questo discorso sembra dover sfociare nella considerazione che Seru è un film fallito. La cosa più interessante di tutte è invece che funziona egualmente. Resta un horror piuttosto fluido e piacevole (ricorda l'indonesiano Keramat, di Monty Tiwa, ma meno intellettuale), capace di offrire alcuni autentici momenti di paura, un'accettabile dose di blood and gore e (almeno ad occhi occidentali) un autentico senso di orrore esotico nei suoi strani rituali. Morale: quando lo sguardo della macchina da presa si incarna in un operatore interno alla diegesi, nascono rischiosi problemi; ma evidentemente al cinema la suspense sopravvive anche al difetto di logica delle inquadrature.


Giorgio Placereani