Il lupo e il filosofo – Mark Rowlands
Non sono una lettrice istintiva. Mi capita rarissimamente – se non addirittura mai – di comprare un libro perché colpita da una copertina accattivante o da un titolo ammiccante. Eppure, in questo caso, l'occhio magnetico e splendido del lupo mi fissava così intensamente che non ho potuto evitare di arraffare una copia. Le coincidenze autobiografiche che suggeriva il titolo erano poi troppo lampanti: il lupo, mio animale totem; il filosofo, quel che sono (o tento di essere per mestiere) io. Quasi una scena da film. Quasi un'esperienza mistica che si sottrae alla razionalizzazione.
La storia è quella del rapporto dell'autore – un docente di filosofia americano – con il suo lupo, Brenin. Un rapporto esclusivo, simbiotico, durato undici anni e che ha segnato irreversibilmente la vita di entrambi. Un rapporto che è stato il punto di partenza per una riflessione a carattere strettamente filosofico e che ci viene proposta in queste pagine in modo semplice ed essenziale, senza troppi tecnicismi ma senza scadere nel banale qualunquismo.
L'assunto di partenza è un radicale pessimismo nei confronti degli esseri umani, assimilati, secondo la teoria evoluzionistica, alle scimmie; essi agirebbero soltanto in vista di un utile e i rapporti umani sarebbero strumentalizzati in tal senso. Un meccanismo che contraddice – proprio in senso evoluzionistico e, quindi, inevitabile, secondo l'autore – la famosa massima kantiana, secondo la quale si dovrebbero trattare gli esseri umani, sia nella propria persona che in quella altrui, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
A questo sistema si contrappone quello del lupo. L'insegnamento che l'autore ha ricevuto, vivendo a stretto contatto con Brenin, è che è possibile un modello comportamentale alternativo, basato sulla fierezza, sull'onestà, sul coraggio e sulla piùà genuina istintività. Un modo di essere che ignora la scaltrezza, i sotterfugi e l'inganno.
Dai due modelli contrapposti si ricava una teoria del male, partendo dall'idea di responsabilità morale: l'autore sostiene che “l'unico, indiscutibile contributo delle scimmie al mondo è quella sorta di premeditazione che anima i loro rapporti” (p. 97). Da dove deriva tutto il male del mondo? “Immanuel Kant disse, correttamente, che il dovere implica il potere. Dire a qualcuno che deve fare qualcosa implica l'idea che quel qualcuno possa farla. […] Se definiamo la banalità del male in termini di incapacità, ci garantiamo una scusa fin troppo comoda […]. L'incapacità elimina la colpevolezza” (p. 96). In conclusione, quindi, “il mancato adempimento del proprio dovere, sia morale sia epistemico – una mancanza che si fonda sulla non volontà piuttosto che sull'incapacità – è alla base della maggior parte del male nel mondo”.
Riflessioni sul male, ma anche un tentativo di elaborazione di una nuova teoria della giustizia: a partire da una modificazione dell'idea di partenza rawlsiana, l'autore arriva a includere in essa anche i diritti degli animali.
Ma questo libro è tutt'altro che un mero trattato di filosofia. Questa è una storia d'amore, né più né meno. Perché mi ha riportato alla mente quello che ho provato sulla mia stessa pelle. La storia di Mark e Brenin si sovrappone quasi perfettamente alla mia e della mia prima compagna a quattro zampe, con una buona percentuale di atavicità lupesca nel sangue. Simbiosi, empatia, condivisione totale di due menti. E, come afferma l'autore – che ringrazio perché attraverso queste pagine me lo ha riportato alla mente –, ho capito che l'amore non è farfalle & cuoricini. L'amore è purgare, notte e giorno, dimenticando il sonno, la ferita purulenta del tuo cane morente; sentire le sue urla di dolore mentre ti guarda incapace di capire perché gli stai infliggendo tutto quel dolore, ma continuare a farlo perché è l'unica possibilità di salvarlo. L'amore è tenergli una zampa nel momento della fine ringraziandolo di tutto quello che ha fatto per te.
Che cosa rimane da queste pagine? La lezione che Brenin insegna è di essere autentici, di avere il coraggio di essere al meglio di noi stessi, di essere “una persona con cui vorresti passare l'eternità” (p. 199).



