La settimana scorsa si è spento a Milano all'età di 87 anni.

«Partecipo con animo commosso al cordoglio per la scomparsa del professor Franco Della Peruta - si legge in una nota del Quirinale -, storico di riconosciuto spessore e rigore dedicatosi soprattutto alle vicende e alle figure del nostro Risorgimento. Ebbi modo di ascoltarlo e apprezzarlo ancora lo scorso anno a Milano in occasione di un convegno su Carlo Cattaneo nel quadro delle celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia. Il suo insegnamento resterà una fonte preziosa per il rafforzamento e lo sviluppo della cultura e della coscienza nazionale unitaria» Giorgio Napolitano

L'ultimo saluto ad un grande storico: Franco Della Peruta(L'articolo è di Alberto De Bernardi del Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche dell'Università di Bologna)

Ieri e stato un giorno molto triste per me e molti di noi.
La morte di Franco Della Peruta, come di qualunque persona cara, anche se annunciata e temuta, quando giunge lascia comunque sgomenti, perché ti accorgi all'improvviso che un rapporto, una esperienza finisce irrimediabilmente e si porta via non solo un amico, ma anche un pezzo della tua vita. In questo caso un pezzo lunghissimo, iniziato nella primavera del 68 a Milano in una vecchia trattoria sui Navigli dove un gruppo di suoi studenti, tra cui io, lo aveva invitato a cena dopo un bel corso sulle origini del movimento operaio, assai partecipato e coinvolgente. Chi allora poteva immaginare che dopo quasi mezzo secolo saremmo arrivati a questo tragico epilogo? E invece eccoci qui a parlare di Della Peruta al passato e non più con Della Peruta del futuro, come ero abituato a fare nei nostri continui incontri in biblioteca o in archivio, nei convegni o la bar, nelle riunioni delle istituzioni culturali, dove aveva sempre profuso grande e disinteressato impegno, o al ristorante, all?università o in treno.

Franco Della Peruta è stato indubbiamente un grande studioso, punta di diamante di una delle generazioni di storici più produttive e originali del Novecento: i suoi innovativi studi sul Risorgimento e soprattutto sulle correnti democratiche, come quelli pionieristici sul movimento operaio italiano e quelli di storia sociale, che hanno caratterizzato la sua produzione scientifica della maturità, si iscrivono tra i contributi più significativi della storiografia italiana.

Da apprendista, su quei testi, ho imparato una forte lezione di metodo, ma anche una preziosa indicazione sulla professione storica intesa come sintesi di lavoro scientifico e passione per la storia come campo di impegno civile. Nonostante l'archivio e la biblioteca fossero i luoghi dove era più facile trovare Della Peruta, non era un "topo" erudito, non solo perché era un fervido amante della vita, ma soprattutto perché esprimeva una concezione del suo mestiere nel quale la conoscenza del passato non aveva senso se disgiunta da un progetto culturale che riguardasse lo spazio pubblico. Una sintesi originalissima, perchè Della Peruta era comunista ma non uno storico militante, come il suo amico Stefano Merli, nè uno storico di partito come Ernesto Ragionieri o Renato Zangheri: al di la del sistema di idee e valori nei quali credeva, al centro dei suoi interessi c'era la storia come disciplina rigorosa, come insieme di fatti da accerrtare, come ideali individuali e collettivi da indagare e portare alla luce, come palcoscenico di uomini e di donne impegnati a vivere nel loro tempo. In sostanza Della Peruta amava il suo lavoro ed entrava in una straordinaria sintonia con gli oggetti della sua ricerca, al di la e al di fuori dei vincoli dell'appartenenza politica. Certo dentro la sua testa c'erano Marx e Gramsci ma declinati al di fuori di ogni ideologismo e di ogni ortodossia.

Questo modo di intendere il metodo storico non poteva tradursi in saggi teorici perchè era essenzialmente una pratica di lavoro che si appredendeva frequentandolo, stando con lui e soprattutto vedendolo operare tra libri, giornali e faldoni: un intreccio originalissimo tra competenza, conoscenza e curiosità intellettuale, inseparabile, però, da un programmatico antiaccademismo, da una simpatica ironia e da sorprendente understatement cosi distante dal quella patina di boria, quasi sempre mal riposta, che circonda i professori universitari.

Ebbene, ora questo cantiere vivente di idee, di stimoli, di passioni si è fermato. Dire che ci mancherà è ben poco rispetto al vuoto che lascia non solo tra chi lo aveva avuto come maestro, ma anche nella comunità scientifica. Oggi tutti siamo più soli, come persone e come storici.


Redazione