Enter The Void - Gaspar NoèLa morte e la vita, a confronto e in simbiosi, in un film sperimentale eccessivo e oltranzista che ci accompagna per oltre due ore nel viaggio di uno spirito, un'essenza morente alla ricerca di qualcosa, tra presente, passato e futuro, per ritrovare un nuovo possibile inizio. Tra droga e sesso, sudore e allucinazioni, un'esperienza psichedelica assai affascinante e disturbante al contempo, ma in grado di imporsi con una potenza visiva, sonora ed emotiva immensa - a patto di sottostare alla regole, un pochino perverse ma ricolme di una disarmante, e spaventosa, sincerità, imposte da Gaspar Noè.

Un lavoro che chiede molto allo spettatotre al di là della durata stessa del film ci si troverà davanti a vari punti di difficoltà in un'opera tanto fuori dai normali canoni quanto aspra e difficile nella sua narrazione. Enter the Void è infatti un viaggio, un'esperienza totalmente allucinogena, un'opera psichedelica di immane potenza, sia visionaria che emotiva, che ci trascina in un viaggio dilatato e sinuoso, irto di dolore e sofferenza, sorretto da una regia a suo modo unica, fatta di immensi piani sequenza (il più lungo, proprio dopo i "rocamboleschi" titoli di testa, dura quasi mezz'ora), girati con camera a mano, o dietro le spalle del protagonista o a narrarci gli eventi dal suo punto di vista.

Come in una sorta di videogame cinematografico, cui manca ovviamente l'interattività, Noè travalica le barriere fisiche dei luoghi, trasportandoli e trasportandoci a volo d'uccello in vite distrutte, segreti inconfessabili che vengono alla luce, tragedie in divenire e sogni solo apparentemente riconciliatori. Tra passato, presente e futuro, flashback di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, sguardi muti sulla realtà ormai irraggiungibile, assistiamo all'alfa e all'omega di una vita difficile, di una doppia esistenza, legata indissolubilmente dall'amore e dal rapporto fraterno.

Chi è infine la vera, involontaria, star di questo racconto straziante? Il deceduto Oscar, ormai pura essenza, o la sorella Linda, entità vivente e palpabile che deve fare i conti con la morte dell'amato fratello? O solo il viaggio e il delirio, il sentimento di perdizione? In tutto questo il regista francese non dimentica di caratterizzare alla perfezione anche i personaggi secondari, regalandoci figure complesse in una Tokyo cupa e fredda, ripresa pressoché sempre in notturna, dove la speranza di una possibile felicità implode con la realtà, fatta di loschi nightclub e ritrovi tra ambigui spacciatori.

Gaspar Noè arriva al suo terzo lungometraggio essendo già un cineasta di culto, un personaggio unico e fondamentale nel cinema post-moderno contemporaneo. Il suo primo lungometraggio Seul Contre Tous (1998) nato come prosecuzione effettiva del precedente Carne (cortometrggio, 1991) è un terribile documento di irreversibile autodistruzione interiore che segna la definitiva rinuncia del protagonista a qualsiasi compromesso morale con la realtà. Un tuffo nichilistico nell'abisso infuocato di una mente arsa da deliri di onnipotenza, sragionanti lanci ossessivi, patologici complessi di inferiorità, incontenibile furia di rivalsa, asfissiante, cupo dissolvimento.

Un marziale baratro senza fondo, ove l'unico appagamento possibile si legittima mostruoso nella poesia terminale di un amore incestuoso. Un film dove si mostra in maniera estrema un mondo cattivo dove siamo tutti soli, non esiste l'amore, non esiste l'amicizia, un conto aperto con la vita, avulsa all'umanità, senza patria, religione, morale, etica, libertà, nemmeno di facciata, dove tutti però abbiamo un cuore (anche solo come muscolo cardiaco) a cui dobbiam rendere conto.

Segue Irreversible (2002) che non tiene fede all'esordio; anche se mostra la stessa forza (auto)distruttiva e sanguinaria follia provocatoria, tutto appare molto più estetizzato (la scena dello stupro nel tunnel sotterraneo ripresa con macabra dovizia di particolari per nove interminabili minuti). Così spesso la violenza insostenibile di alcune scene non trova giustificazione, ci si perde in un eccesso di sangue che non rispecchia una condanna delle più animalesche perversioni umane. Enter the Void invece nella sua vorticosa (de)costruzione riesce a sviluppare un discorso più organico, che tende all'universale pur entrando nelle ossessioni linguistiche e morali comuni in Noè.

Già dalla prima e fondamentale inquadratura, Noè non accetta di cadere in quel gioco, mette in scena un infinito trip psicologico rimanendone straordinariamente fuori, mostra questo delirio, non essendone partecipe, non accettandone le regole. Opera che si snoda verso l'essere, svuotandone nella sua peregrinazione tutto il senso verso un vuoto catartico e assoluto (the void appunto). Film essenzialmente unico, riccamente farcito di sequenze estreme, soprattutto di carattere sessuale e lisergico, con un finale nel quale si raggiunge una vera e propria apoteosi di carne e anime, Enter the Void ammalia e cattura proprio per la sua sfacciata sensazione di incomunicabilità - che sarà certamente ostica se non insopportabile per molti, ma inspiegabilmente irresistibile per chi nel cinema ricerca quella sperimentazione in grado di garantire nuove vie di espressione, per chi nel cinema cerca ancora il vis(su)to nascosto nella realtà, per chi nel cinema cerca ancora di persuadersi e spesso spera di non ritrovarsi. Entrare nel vuoto.


Erik Negro