Sezione Onde - Omaggio a Eugene Green
Quello che rende unico il lavoro di Eugène Green è la sua estrema coerenza (nascosta), sia dal punto di vista dello stile adottato, che da quello della poetica intrapresa. Fin dal suo primo film il cinema di Green segue delle precise coordinate stilistiche, debitrici, sì, di cinematografie quali quelle di Robert Bresson e Jean-Luc Godard, ma in parte assolutamente personali, e che necessitano di una riflessione più attenta.
Green sviluppa un cinema basato su di un’estetica asciutta e rarefatta, in cui, però, trapela una grande emotività, una profonda passione per i personaggi e per le loro storie. Attraverso un superamento dell’intellettualismo tipico di certo cinema francese, questo regista assolutamente curioso nei confronti del mondo, giunge nel profondo dei suoi personaggi, più umani e vitali di quanto la fredda messa in scena potrebbe far supporre. Un vero e proprio “sentiero” per giungere all’anima profonda delle cose, attraverso l’importanza della parola, come elemento “attivo” e determinante per l’azione, e dei dialoghi, spesso recitati in maniera distaccata e straniante, prossimi alla lezione brechtiana.
Ma la complessità della poetica di Green risiede anche nelle sue condizioni di regista “senza patria”: benché naturalizzato francese, le sue origini sono, infatti, americane. Egli rinnega però gli Stati Uniti, che considera una sorta di “barbarie culturale e linguistica”. Scaturisce così nel suo cinema l’interesse viscerale per temi come l’identità e la parola. Si insinua una ricerca del senso nel mondo, attraverso personaggi che peregrinano nelle città, che si incontrano, si lasciano, si ritrovano e che, soprattutto, si cercano l’un l’altro.
Per raccontare queste storie, Green utilizza uno stile preciso e consapevole, asciutto, vicino alla rarefazione bressoniana, inquadrando spesso mani che si stringono e piedi che camminano, ricercando in questo modo il senso stesso delle azioni umane. Così, i dialoghi, spesso scanditi da campi e controcampi di assoluto rigore - e che diventeranno una cifra stilistica del regista -, impongono, al tempo stesso, una riflessione allo spettatore e una partecipazione emotiva, determinata dal restringimento progressivo dei campi dell’inquadratura per spostare l'attenzione verso una linguistica dei dialoghi.
Un cinema di passaggio e paesaggio, dagli echi nouvelle vague di Toutes les nuits (2000), storia di un epistolario tra due amici ispirato a Flaubert, attraverso gli anni ‘60 delle rivoluzioni culturali, sospeso tra furore e memoria, amore e rivoluzione; all’ultimo A Religiosa portuguesa (2009), elogio di Lisbona e omaggio alla malinconia, alla profondità e alla spiritualità; passando per il medioevo con cavalieri, dame e orchi di Le mond vivant (2003); per il misticismo amoroso di Le Pont des arts (2004), costruito sulle note barocche di Monteverdi, costrutto rigorosissimo che affronta l'amore tra la vita e la morte per diventare una parabola filosofica di raggelante passione.
Attraverso anche i suoi corti Le nom du feu, Les signes e Corrispondance, Green mostra il suo cinema fatto di sentimenti vivi e complessi: amicizia, amore, lontananza fisica, vicinanza spirituale, incontro con la morte e con la religione. La grazia con cui sono trattati i temi, la forza pura delle immagini, la giovinezza luminosa dei suoi interpreti (Mathieu Amalric, Adrien Michaux, Natacha Regnier, Leonor Baldaque, già prediletta di de Oliveira) sono il segno di una liberazione e una giocosità che rendono il suo cinema unico.
In questo senso Green spiega che, nei suoi film, egli cerca di mostrare l’“invisibile” nelle “cose visibili”; di non utilizzare “simboli”, perché troppo complessi, quanto piuttosto “segni”; di voler fare un cinema non tanto “intellettuale”, quanto piuttosto “intelligente”. Nel visionare i suoi film non possiamo che essere d’accordo. Il suo cinema abbandona fin da subito il sentiero della mera intellettualità, per darsi in maniera sentita agli spettatori, utilizzando però mezzi alquanto inusuali. Ecco, la grandezza del cinema di Green forse è tutta qui: nel riuscir ad emozionare non con la maestosità, ma con la semplicità. Scoprendo forse, proprio attraverso questa semplicità (mai semplicistica) il vero senso delle cose e del mondo.




