Sezione “Onde” - Cortometraggi
At the formal - Andrew Kavanagh
Un ricevimento, un adolescente portato in trionfo, gente ubriaca e fatta che trasuda furore orgiastico, un dramma... ristrutturare un rito collettivo, in una tragedia horror. Trasformazione dickensiana di personaggi apparentemente perfetti in istigatori di una tragedia. At the formal sono otto minuti di improbabile piano sequenza, con la macchina che scivola da un protagonista all'altro, come se cercasse di fuggire/rifiutare/non vedere quell'(auto)distruzione umana. Citando Yuzna (ma anche Weir e Kelly) questo è l'originale saggio di diploma di Kavanagh, che si permette con virtuosismo tecnico di svelare non solo le contraddizioni interne ad una festa, ma soprattutto il cuore tribale di un'alta società arcana che specchiatasi al cinema non fa altro che deflagrare. Virtuoso e originale.
Sent pa jorden (Late on earth) - John Skoog
Un’escursione panteistica, in un mondo in cui sembra che ancor tutto debba compiersi e che invece è già tutto compiuto. Nella vita tranquilla della campagna svedese, tutto è sospeso e vagheggiante e al tramonto la vita è pronta a riavvolgersi su se stessa. Il principio non è la speranza né la disperazione, il principio è un vago sfinimento, una sommatoria di destinazioni senza destino. Una danza assurda e fuori fuoco, al sole calante sulla notte, un girare a vuoto che trasforma le giornate, le priva di quel lievito colloso che ci unisce alla terra, che ci tieni avvitati al cosmo. La verità è che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile tutto il visibile non ci basta più e ci basterà sempre meno. John Skoog, gira una scena al giorno, sempre alla stessa ora, ad imprimere una ripetizione di grazia lirica, di sguardo già nell'immagine che decide di fermare quando già sta collassando, sgocciolando nei suoi occhi. Ad un certo punto la luce miracolosamente avvolge tutto, e il cinema è li, a registrarlo in tutta la sua sublime fragilità. Piccolo capolavoro.
Son of a gun - Antoine Barraud, Claire Doyon
New York. Il corpo insanguinato di una ragazza giace inerte su un marciapiede, esposto allo sguardo dei passanti. Nello stesso momento, vicino alle banchine del porto, un uomo ucciso è riverso sull’asfalto. Ci sono molti di questi cadaveri in giro per la città perché un gruppo di persone ha deciso si mettere in scena il proprio assassinio. Nel finale tutti risorgono giocosi. Quasi fosse uscito e messo in movimento dalle fotografie di Weegee (il fotografo americano degli anni Trenta e Quaranta famoso per fissare/fermare gli omicidi), esplode questo film con la voglia di utilizzare il Super8 e New York.
Fotogrammi agghiaccianti e sconvolgenti che creano ancora oggi un effetto terrificante, implacabile. I corpi sono illuminati dalla brutalità del flash che accentua lo spettacolare e il carattere finzionale che ne nasce naturalmente. La luce diventa un riflettore, i manifesti cinematografici e i marciapiedi di Manhattan diventano la base dei racconti di queste vite (mai raccontate). Antoine Barraud, magnifico documentarista e sperimentalista francese (coadiuvato dalla Doyon), rincorre i protagonisti, fino all'ultimo respiro - corsa noir e danzante - imprimendo in chiave di violino i suoi corpi come riverberi di pentagramma. Originale ed inquietante, massima espressione di uno spazio-tempo cinema in estrema libertà, fintissimo. Straordinario.
Figs - Anu Valia
Tra le desolate lande dell'Indiana che un tempo furono terreni agricoli, un'adolescente triste e rifiutata da amici e familiari è alla ricerca di qualcuno a cui legarsi o di qualcosa da fare per passare le sue giornate tutte uguali, fino a quando stringe amicizia con un misterioso ragazzo di dieci anni che vive in una casa abbandonata. In questa drammatica e fatiscente provincia americana, assolutamente piatta e orizzontale, senza prospettiva, la deriva è simboleggiata da una ragazza instabile, che alla fine si diverte a far dispetti al suo ex. Questa condizione, nel maturo saggio di diploma di Anu Valia, è il finale di una parabola cinica e vitale, fredda ed emozionale di un'innocenza tradita. Simbolo della provincia (americana ma non solo) che il cinema guarda, con distacco, ritorcersi su se stessa. Interessante ma acerbo.
Lulaben - Eva Pervolovici
Ancora una volta si racconta mentre si gioca a destrutturare la storia. Ben è un clochard parigino, Luba arriva dalla Bielorussia. Un esperimento nel far collimare il documentario (guerra nell'Europa dell'est) con la finzione (l'incontrarsi, il comprendersi parlando lingue sconosciute). Eva Pervolovici afferma le lontane vicinanze nel presente della storia e, seguendo la loro deriva, mostra come la finzione si addensi ancora di più tra i diversi strati del documentario; come se le macerie della periferia parigina fossero lo sfondo delle schegge filmate di memoria bielorussa. In questo caso però il cinema, invece di distruggere, crea uno spazio e un tempo che diventa una cornice assoluta, un'inquadratura isolata dove la vita si può sviluppare in un emozione parallela che non può corrompersi a contatto con l'aria (di nulla) in cui viviamo. Tutti siamo uguali nel cercare questo. Leggero e attuale.
Waking things - Melika Bass
Una casa in un bosco, i preparativi di un rituale arcaico sotto le luci e le ombre di un mondo indecifrabile. E' una messa in scena pittorica, statica, che ricrea scene da quadri di genere fiamminghi, dipinti con la luce di un Caravaggio. Rito di passaggio, quella soglia che bisogna attraversare per raggiungere una nuova fase del proprio ciclo vitale. In Waking Things, la ritualità non viene nascosta, sta in superficie, nella ripetitività dei gesti, nella cerimonialità delle azioni, andando a creare un tempo ciclico, sempre uguale, bloccato nella sua eternità. I tre personaggi, archetipici come i loro stessi epiteti annunciano, sono i custodi di un segreto, che il cinema non vuole violare/violentare, ma fissare/restituire. Ogni gesto rimanda a qualcosa di alt(r)o, che prende connotazioni quasi mistiche nella lunga attesa e nei tempi estremamente dilatati, infarciti di dettagli di una natura che si fa catalizzatore caleidoscopico, ricordandoci della fugacità del presente e della vita stessa. Melika Bass affonda il tempo per affidarsi ad un rigore che trasforma le immagini in nature morte, (sovra)caricandole di una bellezza straniante e minacciosa. Cristallizzato ma estremamente forte.




