29° Torino Film Festival

Sezione “Onde” - Lungometraggi, parte 2Twenty Cigarettes - James Benning

Non ci sarebbe nulla da dire su Twenty Cigarettes, l’ultimo lavoro di uno dei più grandi autori sperimentali statunitensi, James Benning. Venti fumatori da tutto il mondo, per venti primi piani fissi. Circa 5 minuti a testa e il gioco è fatto. Distruzione apparente, ripetizione estrema. Ritratti serigrafici, che raccontano più di quanto mostrano, che credono appunto all’invisibile, o meglio alla forza dell’immagine di aggirare la persistenza di quel pregiudizio platoneggiante per cui debba semplicemente la copia di un modello.

Le aspettative e i desideri dello spettatore si amplificano nel silenzio assordante della sala e le immagini quindi non si limitano a rendere presente un originale assente, ma lo ricreano conferendogli una nuova originalità. I primi piani sanciscono la nascita di un oggetto completamente nuovo, negli sfondi cromatici riavvolgenti, già e mai visti, sempre uguali e sempre diversi. Scenografia del tempo quindi, durata dello spazio, sulla stessa linea di Ten skies e Thirteen Lakes, Benning lascia lo spettatore fuori campo. Le immagini sono repliche, ma è l’occasione di vedere di più o, come direbbe Paul Klee, di “rendere visibile” la realtà che abbiamo sotto gli occhi - o come amerebbe Andy Warhol replicare tempi e durate (quindi visioni).

Guardare il mondo o i suoi volti non è operazione scontata. Visibile e invisibile divengono le due facce reversibili (attore e spettatore) della medesima visione: si contano i minuti, si contano le rughe, le boccate, gli anelli di fumo, gli sguardi in macchina, in area, verso il basso che chiedono di superare i confini di un’inquadratura. Il cinema non è vana illusione, falso movimento, Benning ritrova nel movimento/cinema (visibilmente quasi azzerato) la radice stessa del pensiero. Indefinibile.


Los Viejos - Martin Boulocq

Abitare la memoria. Farla (ri)vivere attraverso l’immagine, come una stanza degli specchi wellesiana che non sa concepire orizzonti. È questo che configura Los Viejos, magnifico terzo lungometraggio di Martìn Boulocq: la memoria privata di un giovane boliviano che torna dopo anni nella sua terra, fusa alla memoria collettiva di un popolo che ha vissuto straordinari rivolgimenti politici durante gli ultimi cinque decenni. Senza parole, solo con l’immagine: di repertorio in apertura del film e poi l’estasi pittorico/digitale di un presente sempre più perturbante e impenetrabile.

Il giovane regista immerge il suo film in una dilatazione temporale spintissima che solo in apparenza si tramuta in compiaciuta staticità diegetica: in realtà il movimento è perennemente cristallizzato in un’inquadratura magmatica che si tramuta sempre (sin dal primo, splendido, piano sequenza sul vetro dell’auto) in sguardo vivo. Il film trabocca di superfici riflettenti (specchi, vetri, acqua) che come cristalli di memoria aprono lo schermo agli abissi della fusione tra presente/passato/futuro in una “politica” stratificazione dell’immagine.

Creare spazio nella staticità: è qui che il digitale viene intelligentemente utilizzato nella sua peculiare capacità di sfondare il campo, di far vivere l’immagine nei suoi diversi strati e fuochi. Una dinamica che non può non far venire in mente quello smarginare dell’immagine distorta e (s)filtrata di stampo sokuroviano dove il quadro è costantemente dominato da vegetazione, vallate, montagne o palazzi sempre filtrati da vetri riflettenti che doppiano il cinema come elemento costruttore di un nuovo reale.

Boulocq usa l’immagine cinematografica come uno scalpello e usa il tempo storico come il marmo, per realizzare pazientemente la sua scultura complessa. Non è più la narrazione che si fa metariflessione sui propri meccanismi, ma è il cinema che si fa già a priori riflessione ontologica sulla sua natura di arte della memoria dell'(in)visibilità. E nel momento della rivelazione, di epifania: l’inquadratura è una soggettiva a cui solo noi spettatori assegneremo uno sguardo, perso e confuso nel paesaggio dominato da elementi fluidi (acqua, nebbia, nuvole) che configurano il regno della pulsione. La lacrima è una pennellata di selvaggia emotività compressa che detona dall'inquadratura, infinite astrazioni, per una reartificializzazione del reale. Fertile tensione che si risolve in un finale di morte “creatrice” del possibile futuro. Uno sguardo ritrovato nell’abisso, un coraggioso frammento di cinema totale.


Honey Pupu - Hung-I Chan

Honey Pupu è un'opera virtuale. Sin dai primi momenti, l'opera seconda di Hung-I Chan si pone come un film in cui tutto ciò che accade rimanda ad altro, un qualcosa che però, in realtà, non c'è. La perdita totale della traccia, di qualsiasi referente reale da cui l'immagine/significante è del tutto slegata. Un ragazzo sparisce nel nulla, lasciando il suo vuoto nella chat room. Un altro ragazzo scompare, lasciando la fidanzata (conduttrice radio) col peso di questa distanza. Se non si potessero ritrovare o almeno non si dovessero cercare? E questo è il punto centrale del film: dimenticare e ricordare.

L'ambiente della chat, uno schermo nero con scritte gialle che compaiono a intermittenza, è una sorta di grande nulla, un buco nero che tutto fa scomparire, ma che permette di ricostruire l'accaduto grazie al contatto - elemento ancora fondamentale -, che tuttavia prende nuove forme (riconfigurando l'amore e i sentimenti): le immagini che fanno riaffiorare la memoria. Ricordi che tornano frammentariamente grazie a vecchie foto, unico indizio di un qualcosa che è stato e che non c'è più, neanche nella mente, facendoci (ri)vedere cose sepolte nel profondo dell'inconscio, dimenticate perché troppo dolorose o scomode.

Al tempo stesso, i ricordi tornano anche negli altri personaggi, sprazzi in bianco e nero che ci dicono chi questi nickname siano realmente, che ci narrano di un nome cancellato e di un'esistenza assunta come propria, creata totalmente dal nulla. Si sceglie il non-reale per fuggire il dolore. Il mondo mostrato da Chen è un mondo riconfigurato, una sorta di palinsesto dove si cancella ciò che è sotto per scrivere un qualcosa di nuovo in superficie, annullando qualsiasi legame logico, ma rimanendo fortemente ancorati a un sentimento nostalgico. Come definire altrimenti quella poesia su floppy (elemento di per sé obsoleto), quei versi nascosti che parlano di un principio e di una fine in cui regna il nulla e in mezzo luminosità e sentimenti?

È solo la nostalgia di un passato che non si può più trovare, ma si può solo inventare, costruendo un futuro nuovo, destinato anch'esso a essere un qualcosa che “è stato”. Anche se spesso confusionaria e fuori fuoco, un'opera interessante nello studiare i rapporti tra gli uomini del "nuovomondo", la tecnologia onniesplicativa, e la memoria, la sua continua fissità.


Sleepless Night Stories - Jonas Mekas

Sleepless Night Stories è, soprattutto, l’esigenza di ribadire che il cinema è qualcosa che si fa, che risponde a una sua innata materialità, che prescinde dalle astrazioni “artistiche” e si colloca fermamente nella concretezza della vita, dell’esserci, del maneggiare momenti, eventi, attese, sentimenti del tempo cui si appartiene. Un film che nasce dalla rilettura de Le mille e una notte, viaggio tra la notte infinita di Mekas in 25 tappe, a trovare figure sconosciute e volti noti all'interno dell'anima del grande filmmaker underground lituano. Mekas dispone il suo spirito alla narrazione per affermare la persistenza di una spiritualità immanente, in cui l’intreccio più o meno casuale di presenze, di incontri cercati o trovati, di vicinanze e lontananze diventano trama di un tessuto esistenziale che tiene calda la vita e brucia la flagranza del “fare cinema” al cospetto della glaciale concretezza del reale.

Parte dal suo studio ricolmo di materiali, dal suo spazio privato che l’urgenza dell’archiviazione, la contingenza del “sistema” inscatola e, in onore delle sue notti insonni, finisce con l’uscire di casa in cerca di storie tristi, ma anche di storie fatte di bellezza, strappate dal caso/caos e fissate nel/al cinema. E l’intreccio si popola di incontri casuali o cercati, presenze amiche, distanze geografiche colmate da viaggi o spedizioni: appaiono Yoko Ono e Patti Smith, Ken Jacobs, Harmony Korine, Louis Garrel. Si trasfigura un dolce e imprevedibile bestiario, si beve molto, si suona l’armonica, si canta e balla, e poi si brinda in eterna gloria, tra la testimonianza in onore della filmmaker Marie Menken e la celebrazione del vino che giunge dall’Italia. Si resta in ascolto di alberi antichi come elefanti, ma anche della voce di Artaud diffusa in una esposizione; e si finisce col desiderio di ritrovare il verde dei boschi dell’infanzia, il lamento di un uomo che ricorda se stesso bambino e vorrebbe recuperare quella leggerezza...

Questo film mostra ancora una volta (se ce ne fosse stato bisogno) la voglia di Mekas di far girare il (suo) mondo intorno al (suo) cinema, con distorte architetture di immagini che si contorcono su se stesse, si sovrappongono, cambiano funzione d’uso, cavano dalla visione l’angolo imperfetto della visionarietà. Amici, bevute, una telecamera a portata di mano, tutto qui; soggettiva che esprime attraverso un mondo assolutamente transitorio un “expandend cinema”, ineluttabilità del girare e girarsi. Assolutamente forte, assolutemente straordinario.


Erik Negro