Watchmen - Zack SnyderDopo un incipit che racchiude buona parte degli intenti del regista Zack Snyder, cioè trasportare sullo schermo il capolavoro d’arte sequenziale di Alan Moore e Dave Gibbons con buona fedeltà letterale ma con più semplicistico e spettacolare intento, i titoli di testa, meravigliosi, portano sullo schermo una sorta di tableaux vivant di una possibile pop comics culture, in un ralenti fluido e significativo, sulle note e le parole di Bob Dylan e della sua canzone di pace The Times They Are A-changing.

Le immagini sono quelle dei Minutemen, prima generazione di vigilanti mascherati attiva dal 1939 al 1949, e i tempi stanno cambiando, per diventare gli anni ’80 alternativi in cui è ambientata la storia, ma anche per diventare i nostri anni rispetto a questi alternativi anni ’80.

Watchmen, infatti, è ambientato negli ultimi mesi del 1985, in piena guerra fredda, con Richard Nixon ancora presidente grazie soprattutto alla vittoria in Vietnam per mano di due eroi. Uno di questi, il comico, segna la partenza del plot, con la sua morte per mano omicida. L’altro, Dr Manhattan, è un essere simile a un Dio, perché l’unico eroe con poteri (tutti gli altri personaggi sono “normali” uomini), per Alan Moore, poteva essere soltanto una sorta di Dio in terra.

Watchmen è un film che porta sullo schermo, in 160 minuti, una delle più alte vette del fumetto, dimostrandone, prima di tutto, l’efficacia narrativa. A mantenere pienamente godibili questi 160 minuti, però, ha i suoi meriti anche la regia di Zack Snyder, che segue alcune inquadrature del fumetto, perché è corretto utilizzare uno storyboard già pronto, riducendo però (e purtroppo) il numero di quelle inquadrature in plongée e contro plongée che popolavano le vignette della graphic novel, indispensabili per portare il lettore al contemporaneo ruolo di giudice ed imputato degli avvenimenti narrati. Snyder, inoltre, scarna, giustamente e necessariamente, alcuni momenti della vicenda originale, per poi esasperare (senza eccesso) alcuni particolari, e per poi ridurre di molto la componente storica, scientifica e filosofica.

Snyder, però, si dimostra di nuovo (dopo 300) capace a catalizzare lo spirito statunitense, cosa che, anche per l’intento originale di Moore, non stona affatto. Così la Cavalcata delle Valchirie di Wagner, che risuona mentre Dr Manhattan scompone in atomi i vietcong, ritorna ad esser simbolo della forza occidentale, così come Griffith, con Nascita di una nazione, aveva tramandato a Coppola per Apocalypse Now.

Watchmen, infine, è un film fatto anche per il nostro tempo, che ribadisce il ruolo profetico di Alan Moore, perché quegli anni ’80, in fondo, possono essere anche i nostri anni. In un ciclo continuo, la minaccia di una terza guerra nucleare, la ragione e la follia dell’uomo, la speranza e la distruzione, la pace e la guerra, tornano a popolare le immagini (in questo caso in movimento), grazie alla mano di Snyder, che semplifica in buona, anzi ottima fede l’eccezionale ambizione originale, porgendola efficacemente a tutti. Anche se, per i conoscitori della graphic novel, il film aumenta di gusto, perché solo loro possono essere davvero la risposta alla domanda “who watches the watchmen?”.


Paolo Parachini