29° Torino Film Festival

Sezione “Onde” - Lungometraggi Molto alto e straordinariamente variegato il programma della sezione Onde in questo 29esimo Torino Film Festival, grandi autori e cineasti emergenti all'interno del panorama sperimentale mondiale. Nonostante tutte le distanze possibili in quasi tutte queste opere però si trova un denominatore; il tempo e in particolare la memoria. Forse solo perché in questo trionfo di relativismo, il cinema può ancora riuscire a dimostrare che noi ci siamo, che lottiamo contro il reale e che vogliamo fissare su un fotogramma le nostre emozioni più nascoste.


Hanezu no tsuki - Naomi Kawase

La Kawase torna a Torino con un film interessante. Hanezu no tsuki racconta il rapporto di una donna con due uomini visto (nell'ottica di un tempo infinito) come la disputa d'amore tra le divinità dei monti che abitano la regione dei protagonisti. Il suo è un cinema intimo e privato, e al contempo è un cinema modesto, in cui l'ego non è mai sfruttato per volontà di protagonismo. Come in altri lavori precedenti della Kawase, i personaggi principali cercano loro stessi negli altri. Entrambi si sentono dire che assomigliano sempre di più ai loro nonni nel modo in cui la loro storia continua in età diverse, fondendosi poi con le tante anime che hanno abitato lì.

Perché più delle fotografie degli album di famiglia, più dei ricordi dei parenti, la storia di questi burattini trasfigurati dal tempo e delle loro identità è scritta nella memoria dei luoghi, nel triangolo composto dalle tre montagne basse della regione, un tempo abitate dagli dei. Echi ancestrali e invisibili ma anche terreni e naturalissimi, cui la regista dà voce con sussurri poetici e una regia lieve e accurata. Un film non facile, arcano, che vale la visione. Rimane il melò tinto dalle voci di un passato che soffoca le attese di un presente.


Intro - Brandon Cahoon

Intro di Brandon Cahoon è un film che mette in scena la vita on the road di un cantante folk, tra le serate nei locali (spesso in posti improponibili) in cui il vociare del pubblico sovrasta la musica e i paesaggi mozzafiato che il protagonista attraversa nei suoi tour. Pare solo lo spaccato della vita da musicista sulla strada, quindi classico road movie? Non è proprio così. Cahoon prosegue il percorso iniziato con il suo primo lungometraggio, Parade, un viaggio verso la scarnificazione completa dell'immagine che toccando la totale astrazione torni paradossalmente a ragionare sulle classiche coordinate del West.

Allora Intro diventa il grado zero del genere, l'ultimo road movie possibile, un viaggio liminale non più verso il mito ma attraverso il mito, dove non si parla di una personaggio tipicamente americano ma dell'America stessa. Infatti svanisce già dalla prima inquadratura il fittizio steccato tra fiction e documentario, in una continua interfaccia silenziosa presente-passato dove la classica narrazione si scioglie e rimane in campo solo il movimento del corpo nello spazio. Non più immagine-movimento, ma movimento nell'immagine, fondendo lo spettacolo alla vita, il viaggio alla musica, lo sguardo al cinema. La scena finale è un tuffo al cuore, rimane un corollario di visioni folgorante per un film che potrebbe, a mio parere, reinventare un genere. Piccolo o grande gioiello che sia, assolutamente da vedere.


Mirrors for Princes - Lior Sharmiz

Mirrors for Princes è, invece, un'opera labirintica, una stratigrafia che si addensa nell'immagine. Un padre (bloccato nel suo futile lavoro) e un figlio (con il sogno "impossibile" dell'arte) in un'immensa casa vuota, il ricordo opprimente della moglie/madre morta, un rito. Shamriz (dopo gli apprezzati e controversi Japan Japan e Saturn Returns) sovrappone liquidamente testo, immagini originali, filmati dal web, finestre multitasking su uno schermo del computer, riprese che si fingono di repertorio, film nel film. Una complessità visiva che si accompagna a quella narrativa, a più livelli giustapposti apparentemente scollegati tra di loro, ma in realtà accomunati da un'idea centrale forte.

Ogni fonte visiva rappresenta una diversa possibilità, una realtà diversa che potrebbe dischiudersi per il protagonista (il figlio) se solo varcasse la soglia, in un processo simile a quello di cui viene investito lo spettatore davanti a questo scontro padre-figlio, sviluppato (più che in senso freudiano) in maniera quasi biblica, rituale appunto. Alla separazione, segue una fase di transizione, fino al rito vero e proprio; rito di finzione, messa in scena appositamente creata per la macchina da presa, colta attraverso gli specchi che allargano l'immagine e rivelano l'artificio.

Una finzione apertamente svelata e mai fuggita, ma che si rivela potente nel riflettere sulla natura del cinema stesso in una parabola di crescita e cambiamento. Il rischio è che ci si perda in una simile opera, e forse è così, ma il coraggio con cui Sharmiz si impone di liberare il cinema da questo vuoto (morale) del presente, verso le barriere utopiche del futuro (tecnico), è comunque da sottolineare.


Record Future - Kishi Kentaro

Record Future è l'apparente storia di due giovani insegnanti (poi sposi) in una scuola sperimentale (poi una casa decadente), una fitta trama di rapporti che scivolano tra passato, presente e futuro. L'esordio di Kishi Kentaro (attore di lungo corso nel nuovo cinema giapponese) alla regia è apertamente sperimentale, concepito come un qualcosa di assolutamente personale, che si interroga sulle possibilità, anche utopiche, che ha il cinema di rendere senza compromessi l'interiorità: di esprimere ciò che dentro di noi appare nel quotidiano difficilmente esprimibile.

Il tempo è il protagonista concettuale ed emotivo del film, spazio per un passato e un futuro che si fondono senza soluzione di continuità, in cui il riflesso di una trama non riesce ad imbrigliare nella consequenzialità le azioni narrate. Ciò che viene raccontato è continuamente sfasato temporalmente, e in modo letterale: flashforward, flashback e un sospetto tempo presente vengono a coincidere, annullando di ogni convenzione. Il futuro è già un ricordo, il passato si ripete e si prevede, due concetti paradossali che chiaramente finiscono nel terreno della psicanalisi.

Ermetico e diseguale, folle e oscuro, questo insolito film è un calderone dove tratti fortemente emozionali (sogni e sfasamenti temporali) si alternano ad una narrazione apatica (il presente, ciò che si vede). In ogni caso un opera prima sorprendente, un viaggio mentale che è esempio di un cinema libero che non si preoccupa affatto della pulizia dell'inquadratura, bensì del suo ritmo, esteriore ed interiore.


Erik Negro