L'era legale - Enrico Caria
Il proposito poteva anche essere interessante: facciamo un mockumentary (genere neanche troppo frequentato dal nostro cinema, oltretutto) che racconti come la Napoli del 2020 si sia liberata dal giogo della camorra e dal problema dei rifiuti. Sulla carta, un’ipotesi interessante e ricca di innumerevoli scenari narrativi; sullo schermo, un esperimento fallito.
Alla prima in sala, belle parole da parte di tutti, in primis da De Magistris special guest della serata, ma se questo è il tenore del nuovo cinema italiano, cominciamo a metterci le mani nei capelli.
Tralasciando la realizzazione a volte pressapochista, dovuta forse anche ad un budget non particolarmente elevato (ciò si nota negli effetti speciali utilizzati in alcune scene), diverse cose hanno suscitato in me un sentito fastidio.
Il film narra la storia di Nicolino Amore, un uomo che quasi senza volerlo ottiene la ribalta nazionale, portandolo a concorrere per le elezioni del capoluogo campano: come una sorta di Beppe Grillo partenopeo, questo alfiere dell’anti-politica ottiene numerosi consensi, ottenendo addirittura la carica di sindaco. Tutto prosegue sul tono della farsa, anche gradevole a tratti, ma è quando il film vuole farsi carico di un messaggio sociale che comincia a proporre dei risvolti incomprensibili. Secondo Nicolino Amore, l’unico modo per disfarsi del narcotraffico è quello di liberalizzare ogni tipo di droga ed è quello che ottiene.
Ora, qui non voglio giudicare o meno una presa di posizione di questo tipo perché, giusta o sbagliata che sia, ciò che non ho apprezzato per niente è il modo con cui viene gestita la questione nella storia. Se il film aveva un suo modo di rappresentare le vicende fino a questo punto, da ora in poi sembra diventare una specie di spot pro-liberalizzazione.
Quelli che prima si evincevano essere pareri di (più o meno) finti esperti, ora paiono vere e convinte opinioni di sedicenti personaggi che vogliono far capire che questo è l’unico modo per uscire da questa situazione.
Ripeto, non sto criticando la presa di parte in sé, ma il fatto che posta in questo modo, mi sa tanto di operazione fatta a tavolino per passare un certo messaggio attraverso la copertura di un simpatico film sulla Napoli più verace.
Non sto a menzionare poi il product placement malamente utilizzato, la intrinseca difficoltà del nostro cinema ad utilizzare altri linguaggi mediali senza risultare finto (le scene ambientate negli studi tv, gli inviati in esterna) ed un finale ridicolo e senza senso.
Poi, se vogliamo dirci che siamo tanto bravi e che il cinema italiano è rinato, fate pure.




