Il giorno in più - Massimo Venier
Fabio Volo ama le favole. Forse perché la sua stessa vita è una favola. Un ragazzo di provincia senza nessun particolare talento che però (si mettano l'anima in pace i detrattori) ha sfondato nel mondo dell'editoria, in quello radiofonico e, da qualche anno, anche in quello cinematografico.
Dicevamo che Volo ama le favole e infatti "Il giorno in più" di Massimo Venier (tratto dall'omonimo romanzo) è una favola dove anziché castelli, cavalieri e principesse ci sono tram, cene di lavoro e metropoli da cui si ci cerca di fuggire.
Gli intellettuali snob e radical chic definiscono l'attore-presentatore-scrittore un gran qualunquista, superficiale e paraculo. In parte avranno anche ragione ma il meccanismo commerciale che ha creato (io, solo per fare un esempio, tra i 16 e i 21 anni non mi perdevo manco un romanzo di Volo) è notevole: attraverso le giuste citazioni (dal cinema ma soprattutto dal mondo della musica) il protagonista di quest'ultimo film si è creato un mondo parallelo dove tutto va per il verso giusto e anche il più irreprensibile dei latin lover si innamora e molla tutto. E attraversa l'oceano. Per lei.
Una serie di assurdità (che nel libro non c'erano) zavorra l'ultima parte del film che parte bene e fa pure ridere al principio, rendendosi scorrevole e rilassante.
La regia è sobria, la fotografia troppo pubblicitaria ma il cast c'è: dalla giovane e bella Isabella Aragonese a Roberto Citran fino alla solita Stefania Sandrelli (parentesi: sono 13 anni che fa la stessa parte...solo per fare alcuni esempi: "La cena" di Ettore Scola, "La donna della mia vita" di Luca Lucini, "L'ultimo bacio" di Gabriele Muccino, basta! Chiusa parentesi).
Senza stare a parlare troppo della trama (che è così piccola, ma così piccola) e senza stare a stroncare troppo "Il giorno in più" (rispetto a "I soliti idioti" è manna dal cielo, per carità) concludo questo mio sbullonato pezzo con una riflessione:
Fabio Volo, tu ci hai fatto compagnia negli anni con il tuo modo di fare semplice, diretto, furbo, divertente. Con le tue canzoni citate ogni tre pagine, con la tua voce bresciana in radio e le trasmissioni a zonzo nel mondo...la domanda però è la seguente: alla soglia dei 40 anni ci inventiamo qualcosa di nuovo così non perdiamo di credibilità (il latin lover cinquantenne fasciato in una pashmina sgargiante non funzionerà, che tu ci creda o no) oppure continuiamo ad aprire il microonde e riscaldare il cibo di ieri, dell'altro ieri e dell'altro ieri ancora?
Io ci spero in un cambio di rotta.
La sindrome di Peter Pan, alla lunga, stufa.
E qui magari, alla fine, vince Capitan Uncino.



