☢ L'isola di Nero - Puntata #6
"L'Isola di Nero" è un romanzo on-line a puntate ambientato in un futuro non troppo lontano dove internet ha divorato le vite dei terrestri.
La gente vive chiusa nei propri appartamenti e fa tutto attraverso il computer. L'economia, la politica, la cultura mondiale sono in mano ad una elite di potenti uomini d'affari che gestiscono i siti più importanti della rete.
Le strade e le città sono deserte, apocalittiche poiché minacciate dai SENZAWEB, criminali spietati che hanno perso tutto per colpa di internet e che oggi sono disposti ad ogni cosa pur di potersi connettere qualche minuto.
Nero è l'hacker più temuto di tutti i tempi: voleva cambiare le cose ma oggi vive esiliato in Groenlandia, con la sua gente; per molti rappresenta ancora l'ultima speranza.
► Testi: Lucio Laugelli
► Illustrazioni: Riccardo Di Stefano
◼ Esce il lunedì
(Leggi la puntata precedente cliccando qui)
Sopravvivere sull’isola più grande del mondo, con uno dei climi più rigidi possibili non è facile soprattutto per una popolazione abituata a convivere con le comodità che l’energia elettrica fornisce.
Ma non consegnare Nero in pasto alle forze dell’ordine internazionali era comunque una motivo valido, anche per essere esiliati dal resto del pianeta.
Nero era, ed è, un simbolo.
Il simbolo della liberazione, di chi lotta controcorrente per non sottostare alle regole impari vomitate addosso dalla piccola, ma potentissima, classe dirigente.
Ovviamente non tutti gli abitanti della Groenlandia anni prima, al momento della scelta, erano d’accordo nel continuare a proteggere quel formidabile hacker tanto temuto dai potenti del web.
Con il passare del tempo gli abitanti dell’Isola di Nero sapevano di essere controllati dalle navi e dagli aerei che, di volta in volta, spuntavano all’orizzonte o volavano sopra le loro teste.
La vita era stata difficilissima nel primo periodo di “buio”, poi con forza e determinazione, il popolo delle città groenlandesi, aveva ripreso i ritmi e gli stili di vita dei loro avi riuscendo a sconfiggere le problematiche che si erano subito presentate numerose.
Molte volte capitava, a chi abitava su quell’ammasso di ghiaccio, di pensare a cosa stesse succedendo, nel frattempo, nel resto del pianeta.
Come procedeva la politica, come si evolvevano le società e quali fossero le nuove proposte culturali, sportive, finanziarie.
Erano riflessioni inevitabili.
Ma quella stessa gente che viveva ai margini di tutto, e manco ricordava più il suono che faceva un computer all’accensione e allo spegnimento, era anche consapevole di quanto fosse diventato disgustoso e sbagliato il sistema che governava le altre nazioni.
Un mondo dominato da vite annullate in uno schermo, costruito di rapporti virtuali, non umani: la povertà e la fame inarrestabili.
La monotonia delle esistenze.
Erano rimasti pochi i sentieri percorribili per un umano che nasceva, cresceva e maturava in un pianeta dove le città erano quasi del tutto deserte, dove i SENZA-WEB rappresentavano un pericolo perpetuo e dove la gente che si conosceva, si incontrava, si innamorava e si riproduceva, aveva il terrore di essere uccisa magari per un palmare wi-fi.
Quando questo squallore veniva ricordato gli abitanti dell’Isola di Nero erano contenti ed entusiasti di non doversi conoscere su internet, in qualche chat, e poi di vedersi di nascosto con un’ansia lancinante a farla da padrona.
Ogni tanto venivano sopraffatti dal terrore che quelle navi o quegli aerei, che li controllavano abitualmente, iniziassero, così senza preavviso o motivazione, a bombardarli e ad eliminarli dalla faccia della Terra.
Questi timori, ciclicamente, si riproponevano.
Nero era il punto di riferimento per tutta l’Isola.
Viveva a Nuuk, nella capitale, in una casa di legno.
Gli abitanti della Groenlandia avevano ripristinato la democrazia: si votava per scegliere i candidati e, successivamente, per eleggerli al controllo dei quattro comuni in cui, precedentemente alla tirannia di Internet, era suddiviso il territorio.
Ogni cinque anni, c’era l’opportunità di scegliere.
Nero aveva rifiutato cariche onorifiche, ma come già detto, rimaneva il punto di riferimento per tutta la popolazione che, ogni giorno, lo andava a trovare nella sua abitazione, diventata col tempo una specie di meta di pellegrinaggio.
L’uomo che doveva la vita agli isolani aveva una barba piuttosto lunga e ben curata, scurissima. Era alto quasi un metro ottanta e portava i capelli, anch’essi corvini, piuttosto corti.
Gli occhi castani erano estremamente profondi e la sua voce, sempre pacata, dialogava con la grande maggioranza della gente che si rapportava a lui, settimana dopo settimana.
Il suo aspetto fisico, e la sua personalità colta e seducente, erano già noti prima della fuga e dell’isolamento sul quel grande iceberg.
Nero aveva ormai quasi quarant’anni ed era diventato famosissimo già a diciannove quando le sue imprese di grafico e programmatore, in un mondo che stava diventando sempre più soggiogato dal web, fecero scalpore. Lavorava per un grandissimo studio web agency e realizzava siti per clienti importantissimi. Guadagnava molto bene ed era considerato all’unanimità un genio creativo e informatico: sveglio, perspicace dotato di senso dell’ironia e molto autocritico.
Anno dopo anno però si rese conto di quanto le cose stessero cambiando rapidamente e, per giunta, nella direzione sbagliata.
Decise così di usare le sue abilità con i computer in maniera diversa: divenne un hacker.
Quando l’egemonia dei potenti della rete era ormai palese e non solo la sua libertà, ma anche la sua stessa vita, erano in serio pericolo iniziò un lungo periodo di latitanza.
La maggior parte degli hacker era stata eliminata, e volta dopo volta, Nero divenne sempre più una leggenda per chi, schiavo dei personal computer, voleva che le cose tornassero come prima e che le tariffe non continuassero a lievitare.
Nero era sulla bocca di tutti, anche i mass media, involontariamente, ne ersero un monumento.
Era sempre in movimento, in incognito, per evitare di essere preso non stava mai fermo: si muoveva di città in città, di nazione in nazione finché l’esercito sul punto di arrestarlo se lo fece scappare un’ultima volta: in Groenlandia. Era in trappola.
Le ricerche iniziarono a tappeto ma misteriosamente l’uomo non veniva allo scoperto e la popolazione lo difendeva coi denti.
Il resto della storia è già noto a chi legge.
Sull’Isola di Nero la gente viveva in maniera autentica.
Per certi versi primitiva. Ma autentica.
In una giornata come molte altre un evento fuori dal comune scosse l’ordinario.
Un aereo caccia dell’aviazione atterrò sulla vecchia pista dell’aeroporto abbandonato di Nuuk.
Gli abitanti vicini quando videro atterrare l’aereo pensarono al peggio, alla fine di tutto.
Rimasero basiti quando dopo pochi minuti l’aereo ripartì velocemente lasciandosi dietro due grandi scie, prima nere poi bianche.
Dal velivolo erano scese otto persone: cinque uomini e tre donne.
E’ ormai da un mese che sono arrivati gli altri otto dal mondo.
Ancora non riesco a spiegarmi e a metabolizzare del tutto questi nuovi arrivi.
Sono certo che, per quanto siano buone o ben disposte queste persone, niente sarà più come prima.
[…]
Tutto ciò che siamo, tutto quello che abbiamo (ri)costruito in questo luogo, lontano da tutti, potrebbe essere distrutto da un giorno all’altro, nell’arco di poche ore.
Eppure mi sento bene.
Solo ogni tanto mi viene un po’ di nostalgia; e certi altri giorni ancora, questo stato d’animo decide di trasformarsi in malinconia, rendendomi più triste. Di solito questo accade quando mi guardo molto indietro, quando ancora internet non aveva divorato tutto: i cervelli, i soldi, le speranze della gente.
Ripenso a quando ancora non ero un hacker, a quando ancora non ero una persona da diffamare ed eliminare o a quando ancora, allo stesso modo, non ero un simbolo di ribellione e libertà.
Come dicevo, qualche volta, mi tornano alla mente quei tempi ormai imprendibili. Quando ancora non mi chiamavano il Nero. Quando ancora ero semplicemente uno studente promettente che si godeva la vita di tutti i giorni.
Senza l’ansia di dover scappare come un ladro o un assassino.
Senza il terrore che anche qui, in esilio, un giorno non decidano di venirmi a prendere distruggendo tutto ciò che, con pazienza e determinazione, la gente intorno a me, ha fatto.
Eppure quando riesco a sconfiggere questi momenti e a superarli pensando alla vita autentica che conduciamo qui tutti noi, ecco, quando mi ricordo che i rapporti, su quest’isola, non passano da un cavo o da un modem, beh sono un bel po’ contento.
Anche quando questi otto ragazzi arrivati qui, in modo così rocambolesco e assurdo, mi parlano della vita che hanno deciso di abbandonare, aggiornandomi su ciò che è successo nel resto del mondo in questi ultimi anni, anche quando sento che nulla è cambiato ma che le vite di troppa gente stagnano su una scrivania con un monitor, anche in questi casi sono molto felice.
Tra questi ragazzi è Diego quello con cui ho legato di più: sembra una persona intelligente. E’ innamorato di Astrid, un’altra ragazza del suo gruppo. Lei non sembra molto considerarlo. Ma magari mi sbaglio.
Stamattina sono uscito di casa presto.
Avevo voglia di camminare e di respirare l’aria di spilli che tira qui. Quell’aria gelida che ti punge la gola e ti sveglia in un lampo.
C’era un bel sole ad illuminare la mia barba e il legno delle case.
Ho camminato a lungo, non so per quanto tempo, con le braccia conserte. Chissà perché le tenevo così: di solito nascondo semplicemente le mani in tasca.
Sono andato verso la montagna che ad una certa ora ci nasconde tutti con la sua ombra.
Ho preso un sentiero che avevo percorso chissà quante altre volte. Lo conoscevo bene quel camminamento: è scavato nel ghiaccio e sale verso l’alto, verso un fiordo da cui si vede uno dei panorami più belli del mondo. Non l’avevo mai visto di mattina presto. La strada, scavata come una trincea, si interrompe di colpo regalandoti, come premio per averla percorsa, una distesa d’acqua che dove finisce proprio non lo so. IL MARE. QUEL MARE. DIVERSO DA TUTTI GLI ALTRI.
Mi sono fermato estasiato e anche quella volta mi sono quasi sentito in dovere di ringraziarlo - quel sentiero dico - per avermi portato, anche questa mattina, fin lì.
Pensavo che alla fine di tutta quell’acqua ci dovesse essere il resto del mondo.
Poi ho fatto un gioco.
Ho immaginato le cose com’erano prima.
E mi sono emozionato moltissimo.
Guardavo avanti, distratto, chiudevo gli occhi e immaginavo tanti momenti inafferrabili come il vento.
E’ un'ovvietà quando diciamo che ci accorgiamo delle cose solo dopo averle perdute. E’ un'ovvietà si, ma è verissimo.
Chi avrebbe mai pensato che dei giovani intorno al tavolino di un bar, all’aperto, illuminati da un sole di aprile, sarebbero diventati, solo qualche anno dopo, un evento assurdo e impensabile.
E lo stesso i profumi di un mercato di frutta e verdura.
Un gruppo di bambini che si rincorre su una spiaggia.
Due ragazzi seduti su una panchina, nel silenzio di un parco, che si scambiano il loro primo bacio.
Una signora di mezza età che inveisce contro il tempo con la sua vicina di casa.
E mia nonna che guarda fuori dal balcone subito prima di cena. Che chissà cosa cerca con lo sguardo.
Un trio di ottoni che suona sotto i portici, davanti alla stazione centrale, e ogni tanto si interrompe e la gente che passa gli dà qualche spicciolo.
Due bambini su un balcone che salutano le macchine ferme al semaforo sotto casa.
Poi ho deciso che, anche per oggi, ero stato abbastanza nostalgico. Mi sono tirato su la zip fino al collo e ho fatto dietro front, riavviandomi verso casa.
A metà del sentiero mi sono fermato per qualche istante.
Mi sono tappato forte le orecchie e per qualche secondo le ho sentite, nitidissime, le note di quel trio che suonava sotto i portici di una città inquinata: i loro suoni, anche se solo per un momento, mi avevano raggiunto fin lì:
…ed era jazz mi pare, ma il titolo della canzone, scusate, proprio non me lo ricordo.




