Anonymous - Roland Emmerich
Alla corte della regina Elisabetta (Vanessa Redgrave), nel XVI secolo, le famose opere dell’altrettanto noto William Shakespeare (Rafe Spall) non sono altro che il frutto della penna di Edward de Vere (Rhys Ifans), conte di Oxford, poeta e drammaturgo. Fu l’uomo, attraverso la complicità di Ben Jonson (Sebastian Armesto) altro nome famoso della drammaturgia, a creare il mito di Shakespeare, benchè questi non fosse altro che un ignorante attore dedito solo al denaro.
Teoria affascinante sebbene del tutto priva di fondamento ed incipit interessaante per l’ennesimo film su William Shakespeare. Qui il grande poeta e drammaturgo è uno stupido bifolco a caccia di donne e denaro, ma poco importa chi sia stato a scrivere le sue opere immortali, l’importante è che siano state scritte.
Emmerich dopo tante catastrofi si cimenta in un film di atmosfera, un film poetico, perché quando la parola di Shakespeare viene messa in scena, è sempre poetica… “Anonymous” compie un’operazione per certi versi simile allo splendido “Shakespeare in love” e al meno noto, ma altrettanto piacevole, “Stage beauty”, nel tentativo di compiere una sorta di parallelismo tra la vita del poeta e la scrittura delle sue opere, come se le stesse nascessero da un vissuto personale.
La sceneggiatura, purtroppo però, si perde nei numerosi flashback e lo spettatore deve prestare molta attenzione soprattutto ai nomi, per non smarrire la strada e cogliere il vero significato del film. Una pellicola priva di nomi noti (la Redgrave è la più nota, ma ha fatto anche lei il suo tempo…), con un livello recitativo buono e adeguatamente intenso. Shakespeare, in ogni sua forma e trasposizione, richiede impegno, attenzione, emozione, e lo stesso richiede questo film.
La scena in cui Edward confessa alla moglie che sono le voci che gli affollano continuamente la mente a chiedergli di farle vivere, è meravigliosa, ma forse solo chi scrive sa cosa significa sentire parlare quelle voci, mentre molti altri non riescono a cogliere quanta disperazione e quanta intensità c’è in quel dialogo così sofferto, così come solo chi ha provato sulla propria pelle il timore, talvolta l’angoscia, del giudizio altrui sulla parte più profonda e interiore di se stessi messa a nudo, può apprezzare la scena finale tra Johnson e Oxford e piangere con loro le stesse lacrime.
Poi il dubbio rapporto amoroso tra Edward e una Regina un po’ troppo sopra le righe, l’incesto, l’amore omosessuale e tutto ciò che fa parte di un melodramma in piena regola, passa in secondo piano. Sono quelle due piccole scene a valere l’intero film.



