Noel Gallagher's High Flying Birds @ La riviera, Madrid - 26 novembreE’ sabato sera e Mr. Noello The Chief e la sua nuova banda fanno baccano da solisti in un posto a Madrid, nell’asshole of the whale of Madrid. Si chiama ‘La Riviera Club’. Una balera con un’enorme insegna illuminata dai colori delle tutine Diadora, molto ‘80s, protetta da una grata. Sì, perché se sei brillo e vuoi chieder dell’altra cerveza puoi botelliar-ce contro e dir che eri condito. Almeno secondo quello che c’ha testimoniato un amico raccolto che poco più in là, nell’ultimo baluardo islamico, a Granada, folleggiante in Erasmus.

Sembra quella sala da ballo vicino a casa, quella che solo Guggol Earth trova, perché la nebbia rodigina, gelosa, non vuole trasformarla in luogo di punta. Dopo perquisizioni da Tuca Tuca abrasivo da talebani, sciacallaggi alle borse di biscotti spañoliti a forma di dinosauri, checkup con ipertecnologici occhi umani laser, all’interno della dance hall s’ammucchiavano a passi di tango-senza-spazio duemila persone davanti al palco. E altre cinquecento accalcate sull’anello vibrante ovale che circumnavigava due enormi palme nel mezzo che non centravano un cazzo e che ti fottevano la visione del concerto.

Zero megaschermi, il soffitto grondava un caldo ‘mpestato da deserto dei Tartari, musica indie di benvenuto che solo un hippopparo ispanico conosceva, un discreto chilometro di coda al bar, prezzi modici per tre quarti di litro di cervogia che nemmeno il Papa usa per sciacquarsi i gioielli che dio gli ha donato. Un posto anomalo per uno abituato a Wembley.

«Ma, cristo (non proprio ‘cristo’ ma qualcosa del genere), vi rendete conto che oggi è sabato!»

Camicetta british chiara, jeans grigi, solita faccia da duro con l’anima. Noel si presenta sul palco alle ventuno spaccate. Che svizzero. Boato, cori da stadio, Manchester City trema, piedi che battono sul pavimento, braccia al cielo. «Noel, Noel, Noel». Lui benedice con voce geriatrica da Tom Waits, tentacola la chitarra e attacca con un classicone degli Oasis. It’s Good To Be Free, è bello essere liberi. Ciao Liam, a mai più.

Ma poi ho letto ieri che ha detto: “Negli Oasis facevo una cosa completamente diversa da quello che sto facendo ora. Io suonavo la chitarra solista. E... mi manca quello. Mi manca essere alla fine del palco e alzare solo il mio fottuto amplificatore il più forte possibile e baciare il cielo. Mi manca questo, devo dire”. E và bene così, preparatevi alla vita da formica che l’anno prossimo... avete capito. Io invece farò un investimento sicuro per tempi di crisi: comprerò uno stock di tickets e li rivenderò. Così come volevo fare per i Radiohead. (#coglionicomprano l’ho considerato un cinguettio in quella voliera eterea a dir poco dilettevole).

Accanto a lui i suoi uccelli, gli High Flying Birds: il batterista dei Lemon Trees Jeremy Stacey, l'ex Zutons Russell Pritchard al basso, Tim Smith alla chitarra e Mikey Rowe, già turnista Oasis, alle tastiere. Wait. E la BANDA alla Ray Davis???? I fiati??? Gli archi?? Che tranvata tra palle e ovaie. «Dai, sperem ben!».

Costruirti una seratona nella testa non farà rizzare il tuo pelo né incresparti come un’oca bollita, ma ti aiuterà a vivere meglio (confucio è felice, ricordatevelo). Pochi strumenti, nessun fronzolo. Eleganti, senza sbavature. Impeccabili nella resa. Fiati persi e violini e violoncelli defilati? Alcuna caccia all’uomo, synth&famigliabbella sopperivano con arrangiamenti arguti. L’individuo organ-synth-tastier teneva melodia e armonia. Non aveva solo due mani, era Ganesha. Utilizzava anche la proboscide. Come, scusa? Quale? Non chiedetelo a me!

Il basso reggeva la tonica e coreggiava come un usignolo. Poche le veementi pennate alle corde della sua Es-355, tanti morbidi arpeggi d’acustica. Diverse le cover di Noeliani masterpieces dell’era Oasis. Alcune fedeli altre totalmente cambiate nel registro/tempo. Della serie una botta al cerchio e una al triangolo rettangolo. C’era chi impazziva comunque e chi si chiudeva il naso come per uno sciroppo schifo che sai che ti farà bene.

Per il resto: la setlist la spulciate dal web, recensioni sulla data di Milano ne leggerete fino alla meno-andro-pausa, foto... uuhh ne vedrete delle belle dai vari social e siti sparsi, ma io vi dirò che era la data di Madrid, che la balbuzie di quando era un pargolo è sparita, che cambia Gibson come mamma gli ha insegnato per le mutande ad ogni canzone e se scordata: fermi tutti, “sorry... un momentido... ehm... what the fuck!”. Mentre noi: dai cazzo!

Liam era il frontman capace di ipnotizzare il pubblico, Noel la qualità. Non è un animale da palco, ma ha un sesto senso musicale raro, piuttosto speciale. Finalmente un cane sciolto: libero di suonare quello che vuole e come vuole, libero della presenza ingombrante carismatica e cazzara del fratello. E’ ufficiale, Noel esiste anche senza Liam, anche se l’ultimo pezzo, quello che fa esplodere la balera è forse un omaggio. O forse un addio. Ancora Oasis. Don’t Look Back in Anger.

Poi il Noello stacca il cavo della chitarra come se fosse un cordone ombelicale e gira le spalle sereno.
Alla notte.
A noi.
Cordialità mancuniana.

Mi fermo qui, tutto il resto è stato vissuto. Vi lascio con questo video. Ma prima: grazie di cuore Stefano Memory Taker, per avermi sollevato come una gru nei momenti di sconfortante cecità da Pollicino. E per avermi spiegato quanto diavolo si sian fatti il culo i musicisti per surrogare l’invisibile orchestra e non farlo apparire da oratorio. Sappiate solo che è tutta questione di “tappeto”. E i nodi non venivano lavorati dai Persiani, ma arrivavano al pettine da dita sudate su un synth tutto fare.
... C’avevo visto lungo allora.


Ilenia Lando