Ferirsi - Mary in June Tu chiamale se vuoi "dipendenze". No, nulla a che vedere con fumo o gioco d'azzardo. La mia dipendenza, fortunatamente, è benevola e porta solo effetti desiderati. Nessun libretto d'istruzione insomma; l'unica preoccupazione dovrà essere quella di correre ai ripari qualora non foste ancora a conoscenza di questa spettacolare band, i Mary in June.

Formatosi circa un anno fa, il quartetto capitolino ha dato prova di grande abilità compositiva e assoluta maturità artistica. Una band che anche live non delude le aspettative dei propri spettatori, con un'invidiabile presenza scenica e la fedele riproduzione di un sound che, durante la performance, risulta ancora più avvincente ed energico. I ragazzi ci sanno fare, suonano in maniera eccellente e non hanno nulla da invidiare a chi i palchi li calca da molti anni. Ferirsi è l'inquadratura di un sistema che si addentra nella natura stessa del suono, imbattendosi in abissi tenebrosi per poi riemergere in superficie a riprendere fiato.

Ad aprire le danze Olio, benzina e cherosene. Un pezzo carico di immagini e suggestioni, portabandiera di un accentuato lirismo e di una forte intensità interpretativa; segna l'incipit di un percorso che passo dopo passo si arricchisce di enfasi e pathos. Non si può non subire la fascinazione di un brano che ti viene cucito addosso con la sua stoffa migliore. L'iniziale arpeggio di chitarra, impreziosito da pregevoli giochi di synth e tastiere, si armonizza alla perfezione con il cantato di Alessandro Morini. Un delirio esistenziale che ruota attorna all'effimera coscienza dell'io narrante. Un punto di vista sempre più disinteressato circa i disagi che lo stesso individuo ha creato nel sistema in cui vive.

Un dualismo quello tra uomo e natura che persisterà continuamente in tutto l'album. In fondo al mare si posiziona sulla stessa scia emotiva aggiungendo quel pizzico di impeto in più. Un flusso di coscienza narrativa si concretizza attraverso sessioni ritmiche intense ed avvincenti miste ad un turbine di schitarrate rock che ben si sposano con una vocalità importante ed impegnata. Un'epifania musicale che desta un'introspettiva e profonda analisi di un mondo solo apparentemente asettico. Un brano che procede aitante, aprendosi ad atmosfere psych-folk rock e che conferma un lavoro dall'identità ben precisa; è un invito a sprofondare in un abisso imperscrutabile per poi riemergere "al largo dove non si tocca", il tutto accompagnato da boccate di synth e tastiere che creano atmosfere di sottofondo decadenti ed evocative.

Esplode l'energia della natura ribelle all'uomo, che non può far altro che rimpiangere i tempi in cui coscientemente l'ha ferita. I testi non sono mai didascalici e c'è sempre spazio per inserire i propri pensieri. Munitevi dunque di un paio di chiavi e appropinquatevi verso le porte del castello dello zio Archibald; lì ci troverete Mary e il Giardino Segreto. Terzo brano dell'album, retto da un'energia incrollabile si divincola sinuoso nella perfetta sinergia tra folk rock e intromissioni elettroniche. Un interessante gioco di dinamiche fa da sfondo ad uno sfogo liberatorio, urlato con una giusta dose di sfrontatezza. Una voce viva che ridesta l'uomo dal sonno della ragione. Un brano che concede molto spazio all'immaginazione e si smuove liberamente animato da una serie di graffianti allunghi elettrici.

Color Petrolio, avvinghiato da sonorità a tratti trasognanti, è uno dei pezzi più malinconici. Una ballata che si tinge dei colori dell'autunno. Sorretta da un'intro morbidosa esplode inaspettatamente in un grido che è al contempo di speranza e rassegnazione. Un intervento finale che non toglie tutttavia al brano il suo carettere melodico. Un gioiellino di ampio respiro post rock dalla trama compatta, tutta giocata sul perfetto equilibrio voce/melodia. Retto da una spinta interiore che alterna intimismo e grido corale, esalta il testo fino ad ottenere un climax catartico. Nel buio si innalza a perla di incendiaria bellezza, avvolta com'è in fitte trame shoegaze che si disperdono tra i profondi meandri del post rock più puro. Una scarica irruenta di adrenalina che sferraglia sui binari dell'emotività per poi sbandare lentamente nel nulla. "Ti vedo sparire nel nulla mentre noi siamo sommersi dal buio".

A chiudere un lavoro ben riuscito ci pensa All'interno in cui vige una speranzosa richiesta d'aiuto ("mettimi tu un po’ di gioia all’interno, gioca d'azzardo con i tuoi fiori d'inverno"). La sofferenza che riempe ogni singola nota non è altro che la conseguenza più concreta di una società ideologicamente spenta che ha bisogno di guarire dal male che l'affligge. Un lavoro vero, genuino che si spoglia della sua veste più formale per addentrarsi nella coscienza limpida dei propri ascoltatori.

I Mary in June hanno talento da vendere e non vi sono dubbi sul fatto che ne sentiremo parlare ancora. Consiglio vivamente quest'album speranzosa che possa diffondersi aldilà di un pubblico di nicchia.


Mara D'andria