In una particolare videointervista, anni fa, in un cimitero, alla domanda su quale epitaffio avrebbe affidato al marmista rispose: “Va bene se mettiamo ‘nessuno lo salutò mai per primo?’” Anche se non puoi sentirli ci sono un sacco di bicchieri che sbattono l’uno contro l’altro oggi e fanno un gran rumore, tutti insieme. Sono pieni del vino rosso che hai sempre amato e tracannato e a cui hai dovuto rinunciare negli ultimi mesi. Alla tua, ad maiora. Lucio.

Speciale Monicelli - Un anno dopo (5: Vicino al Colosseo... c'è  Monti)Vicino al Colosseo... c'è Monti si apre con un cartone animato. Al 29 di Via dei Serpenti, sopra il gelataio celebre per la sua "stracciatella", abita da solo Mario Monicelli. Il suo piccolo loft, azzurro e giallo, in puro stile sixties, sembra l'abitazione di uno studente di Stoccolma. La cinepresa percorre con lui le strade e riprende gli incontri con la gente. Sembra di passeggiare per un paese; è, invece, il quartiere di una metropoli.

Monicelli ha ancora voglia di raccontare e raccontarsi, nonostante tutto. E in questo documentario di 22 minuti vuole far conoscere più da vicino una realtà che ben conosce: il suo rione. Monti: il quartiere di Monicelli, a cui il grande regista dedica un viaggio psichedelico ed avventuroso tra le strade strette e le facciate ripide di palazzine che la prospettiva rende sempre un po’ sbilenche, come curiosamente affacciate sulla vita della gente.

L’ambiente, in questi colori da costume di carnevale, in questo scrigno carico di bigiotteria, è favolosamente ricco di povertà e fantasia: è una chiazza di sporcizia finta, fatta di zucchero candito, dove la diversità è colore, e la trascuratezza una forma di pittura. In questo borgo, arditamente incuneatosi nel cuore della città eterna, in cui l’aria è intrisa di buona cucina, di buona musica e di buona fede, ogni cosa è familiare, eppure anche straniera - come il tango argentino, il pub inglese, la chiesa russa.

Tutto, dai vicoli alle piazze, dalle mansarde agli scantinati, fa da immensa casa madre a gatti, piccioni e vagabondi, a preti, pugili e ciclisti, perché tutti sono invitati a fare festa: chi gioca alle carte in un garage, chi colleziona fumetti in una macelleria, chi espone accessori erotici in un museo. La storia è adesso, ed il mondo è qui, perché il presente accarezza teneramente il passato, e l’indigeno abbraccia calorosamente il forestiero, tra gli oggetti dimenticati che fanno poesia, ed i nuovi arrivati che arredano vivacemente il paesaggio.

Quest’opera, più che un documentario, è una testimonianza appassionata e inquieta, che balla per la gioia mentre corre impaziente verso il prossimo incontro, come un innamorato al suo primo appuntamento; l’obiettivo si guarda nervosamente intorno come per seguire, ad ogni istante, il dito del maestro che va zigzagando, mai sazio di scoprire e di vedere, in questo vibrante mosaico di umanità, il germe delle piccole idee che rendono grande l’esistenza degli umili, in un viaggio sincero e curioso, estremamente nostalgico e malinconico.

Ho scelto questo corto presentato alla Mostra di Venezia nel 2008 per un omaggio a Monicelli. È stato un narratore epico, ma la sua epica è stata quella dei poveracci che trascorrono la vita tra fame, stenti e spaventi, e possono rendere grazie alla loro arte di arrangiarsi (più che a un destino o a un Dio...) se alla fine dell’avventura li aspetta un piatto di pasta e fagioli, anziché il fuoco nemico.

Poi, certo, molti suoi film erano spassosi e divertenti. La chiave era (quasi) sempre quella della commedia, nella quale ha avuto straordinari complici: scrittori come Age & Scarpelli, Benvenuti & De Bernardi, Suso Cecchi D’Amico; attori come tutti i grandissimi della commedia italiana. Ma sotto la “crosta” della commedia si nascondeva una visione pessimista del mondo, una lettura quasi darwiniana dei rapporti umani, osservati con lucidità e con un pizzico di sano cinismo; soprattutto quando la commedia all’italiana diventava tragedia davanti ai nostri occhi, negli anni di piombo.

Ma tale mutazione era già avvenuta. In mano a Monicelli erano tutte tragedie, anche quando facevano morir dal ridere. Se ne è andato a suo modo, ha voluto avere ancora una volta il controllo sulla sua vita come sulle sue storie, con coerenza e coraggio. Rimane il ricordo di un grande "controcorrente" del cinema ma anche della cultura italiana del secondo Novecento, colui che con Dino Risi forse più di ogni altro ha raccontato l'Italia della guerra, del boom, della paura e della astenia attuale. Fuori dai grandi autori di quel cinema d'arte per eccellenza (Antonioni, Fellini), il suo occhio satirico e lucidissimo ci ha guardato, ci guarda e ci guarderà ancora per farci ridere e riflettere sui nostri comportamenti grotteschi ma anche eroici in questa Italia a cui manca ancora molto.

Intanto, per dirla alla sua maniera e strapparci un ultimo sorriso: "solo gli stronzi muoiono!"

Ciao Mario.


Erik Negro