Speciale Monicelli - Un anno dopo (4: Un borghese piccolo piccolo)
In una particolare videointervista, anni fa, in un cimitero, alla domanda su quale epitaffio avrebbe affidato al marmista rispose: “Va bene se mettiamo ‘nessuno lo salutò mai per primo?’” Anche se non puoi sentirli ci sono un sacco di bicchieri che sbattono l’uno contro l’altro oggi e fanno un gran rumore, tutti insieme. Sono pieni del vino rosso che hai sempre amato e tracannato e a cui hai dovuto rinunciare negli ultimi mesi. Alla tua, ad maiora. Lucio.
Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) è impiegato nel ministero del lavoro e dopo decenni a trafficare con pratiche di pensionamento altrui è prossimo ad archiviare la propria. Prima però vuole assicurare un futuro al non molto brillante figlio Mario (Vincenzo Crocitti), ovviamente nello stesso ministero dove ha prestato servizio per anni, non molto diligentemente, almeno per quanto dimostrato da “La gazzetta dello sport” sfogliata in mezzo a pile di documenti che nascondono i visi degli anonimi colleghi.
Vivaldi e la moglie (Shelley Winters) esagerano il sentimento per cui “ogni scarrafone è bello a mamma sua”, credono Mario un vero genio: con commozione il padre enuncia «mio figlio, ragioniere!», cosa non molto rara, con una votazione minima poi! Mentre la madre dispensa amorevoli consigli «non far troppo vede' che sei bravo, perché se possono ingelosire e te li fai nemici», mentre inzucchera per bene il caffè del figlioletto (noi oggi diremmo bamboccione). Un'ossessione che emerge in ogni discorso, nello sguardo fiero dei genitori, ma che fa a cazzotti con l'impressione che ne ricaviamo tramite il filtro di Monicelli.
Vivaldi, compreso che sarà necessario ricorre ad una raccomandazione per il figlio, si rivolge al suo diretto superiore Spanziani (anche lui piuttosto che lavorare è sempre occupato a trafficare con la propria unta e forforosa capigliatura) il quale lo spinge ad entrare nella sua stessa loggia massonica. E finalmente, dopo un ridicolo rito iniziatico degno del contemporaneo “Fantozzi”, riesce ad entrare in un club non molto esclusivo, che sembra comprendere l'intero ministero, e avere la certezza di un futuro assicurato per il figlio. La scena della surreale cerimonia svoltasi in un sottoscala, terminata con la prova della morte che consisteva nell'ingurgitare un buon bicchiere di amaro Montenegro, diventa l'apice della bassezza raggiunta dallo società agli occhi del regista.
A questo punto la casualità di una pallottola vagante stronca ogni futuro per il ragazzo... il padre scioccato, come lo spettatore, impiega qualche secondo a capire cosa sia successo. E qui inizia la tragedia, inarrestabile, di una vendetta ricercata e ottenuta, che non porta nessun appagamento, ma, all'opposto, degenerazione di un uomo senza più stimoli, solo, che una volta assaggiato il sangue altrui, sembra non volersene più privare.
Monicelli sembra voler portare alle sue estreme conseguenze quella commedia all'italiana, che lui stesso aveva contribuito a creare. Segnando ancora una volta il suo essere all'avanguardia, tracciando un sentiero in una terra sconosciuta, permettendo ad altri di percorrerlo.
La commedia all'italiana non era altro che un intreccio di comicità sullo sfondo di una società afflitta, uscita distrutta e perdente da una guerra sanguinaria, abitata da gente che tira a campare: cialtroni, imboscati, furbastri e arroganti individui. Monicelli ritrae con lucido sarcasmo tutto ciò, forzando la comicità nella farsa, facendo ridere l'italiano masochista sbattendogli in faccia tutta la sua mediocrità.
Cosa distingue quindi questo film dagli altri? L'assenza di una speranza (concetto disprezzato pubblicamente dal regista poco prima della sua morte). La storia si stacca visibilmente dalle opere precedenti di Monicelli in cui si riscontrava una certa vitalità, un orgoglio, una dignità. In “La grande guerra”, per esempio, il personaggio interpretato da Gassman riscatta due ore di sotterfugi e di tentativi di fuga con un fiero «Mi te disi propi un bel nient! Hai capito? Facia de merda!», puntando il dito in faccia all'ufficiale austriaco che lo minacciava di morte, se non avesse rivelato la posizione dell'esercito italiano.
In “Un borghese piccolo piccolo” vi è invece la constatazione che quel riscatto previsto (sperato, segretamente) dal Maestro non c'è stato; hanno prevalso i vizi e i difetti dell'italiano egoista, che come Vivaldi pensa solo al suo piccolo. Un italiano prevaricatore anche nelle più piccole cose, dal saltare la coda a rubare il posto auto. Un italiano forte con i deboli e debole con i forti, impassibile e silenzioso davanti alle mancanze di rispetto di un superiore.
In quest'ottica sarà ovvio che il protagonista non lasci l'amministrazione della giustizia a uno Stato di cui conosce bene i difetti per esperienza diretta... non sopporterebbe che l'assassino del figlio facesse «qualche anno di galera a magnà e a far il comodaccio suo», non è abbastanza per riscattarne la morte. É una condanna evidente quella subita dallo Stato, utile solo a costruircisi la propria piccola nicchia, senza solidarietà alcuna, in cui tutti possano curare i propri interessi.
Monicelli ha avuto l'onestà e il coraggio per dire addio a un capitolo, sebbene di successo, della produzione cinematografica italiana, che ai suo parere non rispecchiava più la realtà. Negli occhi e negli obiettivi del regista toscano l'energia e il dinamismo del dopoguerra non esisteranno più, come non esisteranno più gli estremi per continuare a raccontare un italiano estinto. Resta all'appello solo la tragedia di uomini antropologicamente sciagurati e mediocri e di una società cancerogena. L'unica consolazione e salvezza del Maestro in questo scenario di pessimismo, resterà la fuga, nelle zingarate degli Amici fiorentini, nelle beffe e nelle scappatelle del Marchese Onofrio del Grillo, nelle disastrose avventure di Brancaleone.



