Speciale Monicelli - Un anno dopo (2: La grande guerra)
In una particolare videointervista, anni fa, in un cimitero, alla domanda su quale epitaffio avrebbe affidato al marmista rispose: “Va bene se mettiamo ‘nessuno lo salutò mai per primo?’” Anche se non puoi sentirli ci sono un sacco di bicchieri che sbattono l’uno contro l’altro oggi e fanno un gran rumore, tutti insieme. Sono pieni del vino rosso che hai sempre amato e tracannato e a cui hai dovuto rinunciare negli ultimi mesi. Alla tua, ad maiora. Lucio.
La grande guerra esce nel 1959, a quasi quindici anni dalla liberazione, più di quaranta dall’armistizio di Vittorio Veneto che sancì la vittoria sull’Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale. Il cinema italiano era da pochi anni uscito dal suo primo, e probabilmente più compiuto, momento di autoconsapevolezza estetica e morale: con il Neorealismo per la prima volta i cineasti italiani avevano messo a fuoco lo svolgersi concreto e minuto della storia, così come si compiva davanti ai loro occhi in quegli anni terribili e fondamentali. La resistenza, la lotta quotidiana per il pane e il lavoro in un paese distrutto, il trauma delle occupazioni militari, l’infame eredità del fascismo, la riscoperta di una solidarietà tra umili erano i temi di fondo del cinema di maestri come De Sica, Rossellini, Visconti, Zavattini, De Santis, Germi…
Anche Mario Monicelli ha partecipato a quella stagione, firmando i primi lavori “industriali” della sua filmografia negli anni immediatamente successivi al ’45, ma restandone in qualche modo “a parte”, lavorando a produzioni comiche d’evasione. Come se avesse bisogno di osservare i maestri, digerire gli esiti dei diversi “neorealismi”, superarne certe forzature ideologiche,forgiarsi uno sguardo, quello sguardo di Monicelli sul mondo a cui tanto siamo debitori, quello sguardo che a fine anni Cinquanta esplode in tutta la sua dirompente carica estetica, politica, esistenziale prima con I soliti ignoti e poi, ancor di più, con La grande guerra.
Giovanni Busacca (Gassman) incontra alla visita per la leva Oreste Jacovacci (Sordi), infermiere maneggione che cerca di truffarlo vendendogli un esonero. I due si ritroveranno al fronte nella stessa compagnia, comica coppia di antieroi terrorizzati in viaggio all’inferno della Prima guerra mondiale. Monicelli, con gli sceneggiatori Age e Scarpelli, ricostruisce con grande rigore storico la vita di una compagnia di fanti, attraverso episodi diversi (addestramento, retrovie, combattimenti, incontri ravvicinati col nemico) dipinge con rigore debitore del neorealismo l’incontro delle diverse Italie regionali, dialettali, analfabete, contadine e incruente nel grogiuolo della trincea, da cui nacque per la prima volta un senso autentico di nazionalità.
Al centro come detto Busacca e Jacovacci, così diversi e così uguali, milanese e romano: grosso, spaccone, quasi colto (“Uei, ma l’avete mai letto il Bakunìn?”), solidarmente anarcoide Gassman; piccoletto, terrorizzato, sfrontatamente codardo, arcignamente attaccato alle ruvidezze lessicali romanesche – unica arma che riconosce – Sordi. Entrambi sempre pronti a scamparsela, inadeguati al combattimento per i superiori e quindi comandati a fare da staffette per gli ordini, troveranno un tragico, amaro, destino di eroi invisibili.
Dicevamo dello sguardo di Monicelli. In quest’opera-summa, unica vera Nascita di una nazione del cinema italiano, si saldano in un affresco superbo l’attenzione neorealista – tragica - per il quotidiano svolgersi della storia nella vita del “popolo” con la tipica commedia italiana di mattatori e adorabili sciocchi. Lo sguardo d’autore è nella costruzione visiva di un film che oscilla costantemente tra comico e tragico, ma trattandoli sempre con distacco, perché il metodo supremo per descrivere e trasmettere emozione è lasciare libera la mente, fare un passo indietro e osservare.
Monicelli, da anarchico e illuminista, non giudica, descrive, e ci lascia un monumento all’inutilità di tutte le guerre raccontando la tragedia in cui affogò un’Italia ancora, forse, “pura”. Un’Italia che Monicelli ha cercato tutta la vita, trovandola con sempre maggiore difficoltà, con sempre più amarezza, attraverso altri cinquant’anni di cinema, fino a quella sera del 29 novembre 2010. Quando è uscito di scena, da uomo libero.



