Bertolt Brecht a Teatro Nuovo, Udine
L'amara risposta che non vorremmo mai darci: Arturo Ui? Yes, We are...
Umberto Orsini, ma anche (in esclusivo ordine alfabetico) Nicola Bortolotti, Simone Francia, Olimpia Greco, Lino Guanciale, Diana Manea, Luca Micheletti, Michele Nani, Ivan Olivieri, Giorgio Sangati, Antonio Tintis.
Per una volta voglio iniziare con un elenco che metta in evidenza gli artefici - tutti egualmente importanti, appassionati, intensi e magicamente in parte - di un successo strameritato, perfetto e chirugicamente cesellato nella drammaturgia e nella messinscena. La star e i suoi discepoli; dice Orsini nelle note del programma di sala:
"[...] Sono convinto che se il mio apporto di attore noto e affidabile può permettere a uno spettacolo di assicurare visibilità a questi giovani, io ho già fatto l'ottanta per cento di quello che mi interessava".
Parole nobili e sincere; si vede da come il vecchio mattatore si mette in gioco nelle vesti di un personaggio (due, a dir la verità) che richiede padronanza totale di mezzi espressivi, controllo corporale e di indirizzo vocale. Orsini sta alla pari con i suoi giovani colleghi, vi si amalgama con totale armonia: è la ciliegina sulla torta per la riuscita di questa magnifica serata. Guardarlo e ascoltarlo recitare è puro piacere orgasmico, una doccia di sensibilità attorale che investe il pubblico e lo cattura col magnetismo proprio solo dei grandi. E poi, ma non per ultimi - anzi! - ci sono loro: questi baldi ragazzotti che non sfigurano minimamente nei tempi e nei modi della recitazione, costruendo e diventando i personaggi scritti da Brecht.
La resistibile ascesa di Arturo Ui è una tragicommedia di altissimo profilo, un dramma con sorriso a denti stretti che racconta l'ascesa di un improbabile gangster americano, l'Ui del titolo, nel commercio dei cavolfiori; una scalata al potere ottenuta in epoca di grande depressione (siamo nei '30) con metodi poco leciti e la complicità omertosa, corrotta e interessata di molte persone al suo fianco. Il parallelismo palese, più volte in sovrapposizione alla verità storica, è con la Germania nazista e Ui è un alter ego del più noto Führer.
Insomma la pièce ci mostra un'allegoria, dai toni decisamente surreali (ma non troppo) e virati al grottesco spinto, della nascita di una dittatura: l'accondiscendenza sociale, il ruolo della crisi economica nella creazione del mito, del senso di paura, del sospetto e dell'odio, i gangli del potere, l'aberrazione morale e moltissimo altro ancora.
Precisissima la regia corale e coreografica di Claudio Longhi e di grande fascino, per ideazione e semplicità, le scene di Antal Csaba che riunisce pile di cassette di frutta e verdura e le trasforma di volta in volta nello skyline di Chicago ovvero di Cicero (località immaginaria che sottende all'Austria).
Sempre Orsini: "[...] con esso riuscirà a far sobbalzare lo spettatore sulla sedia. In fondo, vogliamo tenerlo sempre in bilico tra il riso del ridicolo e l'amaro della paura". Un teatro di riflessione che rinsalda la convinzione che il passato sia la più importante delle lezioni della vita presente, rinnovando il pensiero che il movente di tutti gli orrori commessi sia proprio una "questione del cavolo": un non-senso orrendamente ridicolo, facilmente superabile con la rilfessione dialogata.
In una delle scene più importanti, tutti gli attori/personaggi indossano la maschera che li trasforma in Ui, perdendo la loro identità; un teatro che ci fa prendere coscienza di come l'Artuto Ui che tratteggia Brecht sia sì l'Hitler di ormai lontana memoria, ma anche chiunque sia mosso dall'indifferenza e dall'istinto egoistico di sopraffazione e supremazia, a qualunque livello. Purtroppo - amarissimo ammetterlo - anche noi stessi, i nostri amici o i nostri figli.



