Paper Street saluta l'esordio nella sezione cinema di Erik Negro, presentando un suo approfondimento sull'ultimo, acclamatissimo, film di Sokurov

Immer weiter - sempre avanti, sempre oltre (Faust - Sokurov)Mi pare avessi dieci anni circa. Una delle classiche notti del weekend passate davanti a Fuori Orario, vedo un film scioccante, particolarissimo, tanto intimo quanto devastante. Cerco il titolo, il nome del regista. E' Madre e Figlio (1997) dell'allora per me sconosciuto Alexander Sokurov. Dieci anni dopo esco dalla Sala Grande di Venezia, dopo il Faust, dopo aver visto quasi tutti i suoi film, dopo aver letto libri e monografie sul suo cinema, dopo aver pensato che nessuna visione sarebbe stata come il primo contatto verso un autore così straordinario. Invece mentre rintano in albergo le stesse emozioni, quello straniamento misto a senso di assoluto, quel regista che senti così familiare e pensi di doverlo ancora scoprire. Quella notte (come dieci anni fa...) non dormii.

A conclusione della trilogia del Potere che ritraeva personaggi realmente esistiti: Adolf Hitler per Moloch (1999), Vladimir Lenin in Taurus (2000), l'imperatore del Giappone Hirohito in Il sole (2005), come ultimo il ritratto ispirato dalla versione del Faust di Johann Wolfgand von Goethe; anche questo si può riconoscere nella figura realmente esistita di Johann Georg Faust (1480 – 1540). E' lo stesso autore ad affermare ciò, anche se non mi trovo totalmente d'accordo. Già dove la trilogia incarna appieno la voglia che Sokurov mostra nel rappresentare come la fragilità umana e la passione influenzano le azioni degli uomini al potere più che la loro condizione e le circostanze storiche, il Faust va oltre.

La zoommata iniziale sul piccolo villaggio dove abita Faust nel Medioevo – leggermente offuscata dalle nuvole a creare una sorta di magica coltre – ricorda subito la versione di Murnau datata 1926, come anche le abitazioni piccole e strette, dissociandosi poi per la crudezza perentoria delle stesse prime immagini basate su una delle scienze di Faust, la medicina, per cui disseziona cadaveri e ne esamina le interiora, cercandone invano l'anima con l'assistente sussiegoso, Wagner (Georg Friedrich).

Faust è tormentato dal disagio dell'uomo contemporaneo, quel Disagio della su cui Freud scrisse un libro illuminante, e su cui Amleto potrebbe indovinare la sua storia. Ma non solo: Faust - perfetto nella parte Johannes Zeiler - vuole raggiungere l'assoluto, il senso ultimo e così si dedica alle scienze esoteriche; nel frattempo, è senza soldi. Misero nella sua essenza umana che non conosce limiti e non li riconosce soprattutto, si avvicina al personaggio magnificamente ritratto dell'usurario, ossia Mefistofele - lo straordinario Anton Adasinsky, mimo di professione, con una tale intensità diabolica nello sguardo da imprimersi a fondo nella memoria; mentre la moglie è Hanna Schygulla - un uomo che prende qualsiasi cosa in pegno in cambio di denaro, prima su tutti, l'anima di coloro che gliela vogliono vendere.

Il patto scellerato tra Faust e Mefistofele è siglato per il desiderio di possedere la fanciulla Margarete (impersonata dalla candida Isolda Dychauk, volto che diventa l'Origine du monde di Courbet, come si evince dalla locandina, tra i veli) dopo averle ucciso il fratello. Mefistofele, che da buon diavolo si preannuncia con la puzza continua di zolfo come da copione, le avvelena la madre per fargli trascorrere la notte con lei. Lui viene salvato per l'ennesima volta da Mefistofele che lo fa partire con una corazza da soldato. Poi il delirio del nulla...

In questa versione di Faust i personaggi sono deformi. Dickensiani come non mai, ognuno di loro si abbassa al livello più materialistico della sua esistenza, evidenziando i difetti a cui sono portati dalle loro rispettive professioni, parlando in un linguaggio sovraccaricato che oltrepassa il letterario. La volgarità, che contraddistingue la maggior parte delle scene, la ristrettezza dei viottoli in cui si scontrano bare con carri da bestiame, il cinismo sotto il cui occhio microscopico si osservano le relazioni umane, lo rendono un film al limite del comportamentismo antropologico nonostante indaghi e scandagli l'assoluto come nessun altro.

E l'anima che Faust si vende per un delirio di onnipotenza, quell'”immer weiter”, (ovvero sempre avanti, sempre oltre), dell'ultima scena, non è consolatoria poiché Faust, nella sua ricerca (di verità più che di potenza, non di potere) non ha remore, non ha un fine che sé stesso, escludendo e prescindendo da qualsiasi movente o scrupolo umano. Allo stesso tempo il respiro sordo dell'ultima immensa ed interminabile inquadratura, mentre si mostra la piccolezza di quell'umano al cospetto della natura (la splendida e lisergica Islanda), ci mostra altro. Quell'umano anche senz'anima è rimasto uomo, continua a sfidare ciò che ha intorno, solo per sfidare se stesso, come se la vita (intesa come folle ricerca, "sehnsucht") fosse ancora superiore all'anima stessa.

Dopo Goethe, ma anche Marlowe, Heine, Wagner e Mann ora anche Sokurov accetta di raccontare le gesta di questo splendido homunculus. Accetta di scendere in questo baratro di umanità (?) a suo modo, stravolgendo i tempi drammatici del romanzo romantico per eccellenza e diventando ancora più estremo. Per questo motivo non c'è Goethe all'interno di questo film, ma Faust.

Quasi un folle eroe herzoghiano in una rarefatta atmosfera tarkovskiana, ma è tutto nuovo, esplosivo e folle a raccordare tutto ciò che abbiamo visto, letto e sentito di questo mito. Lui è simbolo e diretta conseguenza di quanto sperimenta l'uomo nei confronti dell'assoluto, un senso di continua inquietudine e struggente tensione, un sentimento che affligge il soggetto e lo spinge ad oltrepassare i limiti della realtà terrena, opprimente e soffocante, per rifugiarsi nell'interiorità o in una dimensione che supera lo spazio-tempo. I sentimenti, la follia, il sogno, le visioni di Faust sono universali e allo stesso tempo sfiorano la necessarietà più stoica, quasi inesorabile, senza più alcun controllo razionale.

Sokurov ancora una volta fa fede al suo appellativo di "modernista reazionario", evolve il suo cinema di silenzio ed immobilità dopo l'Arca russa (2002) e Alexandra (2007). Regista che ancora una volta si affida alla manipolazione del suono e soprattutto dell'immagine verso nuove articolazioni sintagmatiche fuse tra l'epifania del mistero e l'artificio della rappresentazione.

La fotografia violentemente virata sul verde da Bruno Delbonnel (in uno straordinario ed insolito 4:3), accoglie tutto, da Hubert Robert a Hieronymus Bosch fino al solito immortale Caspar David Friedrich, verso un'estetica sempre più estrema come invenzione formale, audacia tecnica, assolutezza nell'impegno creativo. Il suo cinema rimane quel non luogo sospeso in cui provare tutti i sentimenti che di solito nella vita normale si ha paura vivere. Le sue immagini sembrano aver lo stesso valore di un esperienza ultrasensoriale, l'amore che si legge nei suoi fotogrammi non è diverso da quello che si prova nell'angolo più sconosciuto del cuore.

Monumentale capolavoro d'infiniti rimandi, arabesca evasione dal futile che s'inteporisce in indecifrabili anfratti e ne capta arcani profumi d'eterni infiniti, d'un pazzo che si vende a un mostro, un deforme, malefico vecchio d'intaccabile saggezza. Viaggio all'interno del Senso della Vita, mutandoci a ogni sospiro decantandolo nell'acceso gelo della nostra fervida, intrepida mente. D'una mente empatica all'anima, al suo coagularsi per rabbrividire nella pioggia e perdersi tra foreste di fulgido, autunnale splendore.

Come Socrate e Heidegger inermi davanti alla conoscenza quando si trovano al culmine come alla fine delle loro ricerche, Sokurov accetta di creare il suo ultimo film del mondo. Accetta di viaggiare con Faust, decide di essere Faust, con più nulla alle spalle, tutto davanti a lui, sulla strada. Sokurov, errante siberiano piange e parla col suo protagonista, lo segue a mano, tra scatti nervosi di sghembe invenzioni pittoriche d'immaginifica visionarietà, primi piani spauriti nel loro dolore, sequenze che sviscerano emozioni ammaliando la polvere. Capolavoro di Uomini e sull'Uomo, homunculus o specchio che s'astrae, metafisico, nell'anima, morto nella ragione per poi essere vivificato nelle infiammate lacrime tra il nostro paradiso, il nostro inferno e l'oltre, sempre avanti, sempre oltre.

Tutto questo in una notte, in cui finisce un'altra dittatura. Tutti gli epigoni, le sconfitte del potere sulla vita vissuta. Un'altra notte da non dormire.


Erik Negro