Il problema di girarsi - MezzalaQuesta non è una recensione qualsiasi.
Questi non sono giorni qualsiasi.
E l’artista di cui si và parlando non è un’artista qualsiasi, che non viene da un luogo qualsiasi.

Dopo i giorni di buio, pioggia e fango che hanno inondato Genova, un giorno di sole qua in Piemonte. E un giorno di sole giù in Liguria. Che vale almeno il doppio di un bel temporale nei giorni di siccità estivi. Dico questo perché Michele Mezzala Bitossi è un genovese (e genoano, purtroppo) d.o.c. (anche se non di nascita). Nei giorni passati a Genova non c’è stato né “un altro sole” né “un altro mare” citando gli Ex-Otago, ma solo frane, fiumi incazzati e persone stupende con la voglia di ridonare splendore a una delle città, a mio avviso, più belle del mondo. E Mezzala è anch’esso incazzato, forse più dei fiumi, per una tragedia a suo parere evitabile.

La prima volta che sentii il nome Michele Bitossi fu per caso nel progetto senza volto Nome, circa due anni fa. Un pomeriggio mia cugina arrivò in casa e mi fece ascoltare Le cose succedono. Ne rimasi stregato per mesi interi. Un pezzo da ritenersi pop per eccellenza, killer nei riff e ritornelli ma estremamente curato e intelligente nel testo.

Poi capii subito chi fosse il cantante, perché la voce di Mezzala nei Nome è la versione underground del nord Italia di Damon Albarn nei Gorillaz. Puoi non farti vedere ma si capisce subito tutto dal primo verso di cantato. Andai in seguito a ritroso, ad ascoltarmi ciò che avevano fatto (e continuano a fare) i Numero 6. Ottima realtà del rock italiano.

Il problema di girarsi è il primo album solista di Michele Bitossi, che con lo pseudonimo di Mezzala e il titolo dell’album apre fin da subito un gioco di metafore calcistiche che si svilupperà per tutto l’album. Un disco di quotidianità e pallone, sincero e nudo senza strani artifizi, apprezzabile fin dal primo ascolto, ancor di più in quelli seguenti. Il tutto si gioca con semplicità e senza banalità, come solo i veri autori sanno fare.

Le danze si aprono con Ritrovare il gol, come giusto che sia. Il songwriting si svela subito, in uno stile personale e diretto. Squillano le trombe. Si scivola su Tempi e modi, che incomincia con un arpeggio di chitarra che ricorda tanto gli Smiths, per poi stupire con un levare a metà pezzo. Voglio che sia domani, una bella ballata per prendere il respiro e tuffarsi Nella vasca dei Piranha. Forse il punto più alto dell‘album.

Mi manca troppo il campionato per poter rendere queste domeniche sensate, per non soccombere. Un’amichevole d’estate, calciomercato son palliativi ed è normale che il male resti in me.

Chiosa così un Mezzala, attaccato alle cose terrene per una cura dell’anima. Il pezzo ricorda molto Le cose succedono dei Nome, con i bei riff e i ritornelli che danno dipendenza. Traccia 5: Che fine faremo. Rispolverati synth e arpeggiatori che rieccheggiano gli anni ‘80, così come nelle melodie vocali, che svelano una passione e nostalgia per quegli anni. “Mezzala è pazzo di te, quello che volete.

Si scivola su Un progetto come un altro, pezzo in cui il cantato e il modo di scrivere ricordano tanto Francesco Bianconi, una similitudine che già si scorge nei pezzi precedenti.

Tornano le chitarre dai riverberi Smithsiani in Cose che ho visto. Stessa coerenza stilistica, compositiva e vocale in Heypa, con un armonia e un ritmica leggermente più complessa e ricercata e un ritornello che nel modo di suonare l’acustica quasi ricorda Syd Barrett nel post Floyd. Ma forse sto esagerando.

Dopo Arance dal Bancone e Stai zitta fallo per noi si trova alla 11 Quasi niente. Con una chitarra che suona come un midi da karaoke, ad aprire l’ennesima bella canzone di narrazione, l’ennesima bella prova pop. Alla finta chiusura Rocker Carbonaro, autobiografico come non mai, a raccontare la dura vita del musicista in Italia, che di musica non si vive o al massimo si muore di fame.

Il problema di girarsi si rivela un’ottimo album. Mezzala è riconoscibile e originale, in uno stile piuttosto personale. Si può forse richiedere una maggior sperimentazione al prossimo disco, ma la partita l’ha vinta, e anche bene, con un gioco spumeggiante. Dalla sua ha un’ottima scrittura, che nulla ha da invidiare agli altri nuovi cantautori italiani. In più Michele Bitossi non puzza di quel falso indie che si trova un po’ dappertutto, discostandosi dal resto rimane però contemporaneo come non mai, sapendo pescare dal passato al punto giusto.
Bene. Bravo. Bis!


Simone Barisione