☢ L'isola di Nero

"L'Isola di Nero" è un romanzo on-line a puntate ambientato in un futuro non troppo lontano dove internet ha divorato le vite dei terrestri.

La gente vive chiusa nei propri appartamenti e fa tutto attraverso il computer. L'economia, la politica, la cultura mondiale sono in mano ad una elite di potenti uomini d'affari che gestiscono i siti più importanti della rete.

Le strade e le città sono deserte, apocalittiche poiché minacciate dai SENZAWEB, criminali spietati che hanno perso tutto per colpa di internet e che oggi sono disposti ad ogni cosa pur di potersi connettere qualche minuto.

Nero è l'hacker più temuto di tutti i tempi: voleva cambiare le cose ma oggi vive esiliato in Groenlandia, con la sua gente; per molti rappresenta ancora l'ultima speranza.

► Testi: Lucio Laugelli
► Illustrazioni: Riccardo Di Stefano
◼ Esce il lunedì

☢ L'isola di Nero - Puntata #2(Leggi la puntata precedente cliccando qui)

E adesso se ne stava seduto su una sedia rivestita di velluto rosso. Appoggiato al tavolo del lussuoso ristorante dove aveva appena terminato di cenare.

Potrei raccontarvi, forse annoiandovi, forse no, tutto quello che è successo in mezzo. Ma il punto è un altro. Di come Harry Bell, pur senza uno straccio di esperienza, sia arrivato in alto ci interessa fino ad un certo punto. Potrei giusto essere sintetico e dirvi che una grande strategia imprenditoriale, un innato senso per gli affari e dei buoni investimenti (oltre che un’operazione di recupero formidabile) aveva portato la casa di produzione di suo zio, la “Match Point”, dal semi-fallimento al successo. Lo zio gli aveva presentato, prima di chiudere gli occhi una volta per tutte, alcuni conoscenti e amici che operavano nel settore ed Harry, quelle conoscenze, le aveva sapute sfruttare. Aveva iniziato per caso, in modo confuso, eppure, fin dai primi mesi di attività, la gente che lo guardava lavorare aveva l’impressione che quel giovane americano fosse nato per fare il produttore.

Harry Bell aveva ingaggiato i registi e gli attori giusti, era partito dalla gavetta: producendo filmetti che giravano in piccoli circuiti. Ma il piccolo staff della “Match Point”, dopo un paio d’anni e tre film alle spalle aveva ricevuto una grande iniezione di fiducia. Prima piccoli premi, consensi della critica: alcuni dei primi lavori avevano incassato anche niente male. Poi, poco a poco, l’espansione. Il cambio di sede: da un buco nella periferia romana ad un bel palazzo di fine Ottocento nel quartiere Prati. All’inizio Harry non rifiutava niente: tutte quelle che erano entrate andavano bene; aveva fatto girare ai suoi registi veramente tanti videoclip a gruppi di terz’ordine, innumerevoli report su cause perse pagati da associazioni culturali piene di soldi, all’inizio mandava persino delle piccole troupe a matrimoni importanti o ad eventi mondani organizzati da compagnie di pubbliche relazioni che pagavano bene. Il nome, il logo e i lavori della piccola casa di produzione cominciarono a girare. Le scelte del neo-produttore si erano rivelate azzeccate: persino quando i gruppi più scadenti del centro Italia si facevano fare il videoclip dalla “Match Point” nessun critico underground aveva a che ridire: magari distruggevano la canzone e la melodia del gruppo ma ai registi, ai tecnici e agli altri addetti ai lavori della casa indipendente non dicevano nulla: i loro prodotti erano buoni. E non si poteva trovare nulla a che ridire riguardo.

In poco meno di un lustro Harry Bell aveva sanato i bilanci, raddoppiato lo staff e cambiato sede alla “Match Point”. Aveva prodotto quasi 100 audiovisivi e tra questi, 4 dei suoi lungometraggi, se la viaggiavano nei circuiti indipendenti distribuiti addirittura in sale sparse per tutta la penisola.

Il salto arrivò da lì a poco: alcuni registi e attori che avevano già un nome nel mondo del cinema rischiarono la faccia lavorando con la “Match Point” sapendo che il gioco valeva la candela: certo non c’era dietro una grande produzione con un budget esoso ma la libertà di direzione e recitazione sarebbe stata molto più grande. E molti artisti rinunciano alle major quando vogliono sperimentare senza vincoli le proprie capacità.

Harry Bell faceva la dolce vita come in quel film di Fellini, che manco gli era piaciuto più di tanto. Era come il personaggio di Marcello: vagava su fuoriserie, vestito di tutto punto, da una presentazione all’altra, da un party ad una première. Usciva con donne che solo qualche anno prima si limitava a guardare alla televisione. Si era comprato un bell’appartamento a Trastevere e quando, di volta in volta, i suoi genitori, i suoi amici lo venivano a trovare in Italia li accoglieva con naturalezza: loro lo ricoprivano di elogi soddisfatti, lui faceva il finto-modesto. Minimizzava. Riduceva tutto ai minimi termini. Ricopriva gli ospiti di regali e di attenzioni e poi prometteva che prima o poi sarebbe tornato, per qualche tempo, negli Stati Uniti.
L’università lasciata male, Mike Star, quella troia della sua ex, i lavori precari e tutto il resto, beh, erano lontanissimi.

Quella sera però la sua esistenza sembrava essere nuovamente piombata in un incubo. Come in quella giornata qualunque di fine settembre. Come se tutti quegli anni fantastici, carichi di interviste, viaggi, premi e soldi fossero trascorsi in un brevissimo lasso di tempo. L’avevano incastrato. Un dannato piccolo agente di fotografi l’aveva incastrato. Era stato un cretino: aveva passato anni e anni a frequentare le persone giuste, lavorare e godersela quando voleva. Era stato sempre misurato ed equilibrato durante le conferenze stampa, durante i contatti con i media. Mai politica, mai religione. I film che produceva erano impegnati, ma non troppo; le tematiche non davano mai fastidio a nessuno. Era stato attento a tenersi buoni tutti, a fare il diplomatico: una persona per bene che crede nella beneficienza, che ama lo sport e finanzia i giovani registi emergenti.
Poi era arrivato Marco Duse.
Un agente di paparazzi qualunque che, per fare uno scoop, gli aveva sguinzagliato addosso una splendida fanciulla in cerca di pubblicità. Lui se l’era fatta dopo aver saputo da lei una cosa grave: la ragazza era bellissima ma minorenne. E soprattutto aveva una microcamera nella borsa che aveva ripreso tutto, audio e video, fin dal primo momento in cui l’aveva intravisto in un locale di classe fuori Roma. Lei l’aveva provocato, lui era caduto nella trappola. Come un qualunque pollo. Come tutti quei politici, calciatori, uomini di spettacolo da quattro soldi che buttavano via la carriera per un passo falso, una scemenza. Quella sera Harry Bell se l’era portata a casa: avevano bevuto un rosé e pippato cocaina di prima qualità. Poi lei, nell’intimità del suo appartamento, gli aveva rivelato di avere sedici anni: il produttore prima aveva avuto un sussulto poi, aiutato dall’alcol e dalla droga, se n’era fregato.
Il locale dove l’aveva incontrata era pressoché vuoto ed era stato, come sempre, attento. Non aveva voglia di gossip e pettegolezzi (aveva ormai una certa età e tutta quella cronaca rosa poteva danneggiare la sua immagine) così le aveva detto di uscire dal locale venti minuti prima: l’avrebbe ripescata poi, lungo la strada.
La ragazza era bella e sconosciuta: se anche il più astuto dei fotografi li avesse colti mentre salivano nel suo attico in centro non sarebbe stata una tragedia: giusto un paio di pagine su qualche rivista idiota. E nell’arco di qualche settimana sarebbe stato archiviato tutto come un flirt da poco, senza un proseguimento. L’uomo aveva intenzione di farsi soltanto una scopata. E basta. Anche quando, dopo, aveva scoperto l’età della ragazza non ne poteva più ormai: voleva soltanto farsela, ad ogni costo. Nessuno avrebbe mai scoperto nulla: la cocaina, buonissima, lo illudeva che sarebbe andata così.

Invece no.
Marco Duse l’aveva contatto soltanto due giorni dopo.
Io ti sputtano Bell, ti rovino: vendo tutto alle Iene. Sai quanto faccio su? Neanche ti immagini. “Noto produttore cocainomane si sbatte una ragazzina in cerca di visibilità.” Ahahah già me lo vedo: questo è lo scoop della vita!
Harry non sapeva se denunciare l’agente di paparazzi e rovinarsi quindi la carriera, la reputazione e la vita (di nuovo?) o spendere tutti i suoi incassi per avere la scheda di memoria su cui c’era il file-video.
Era un uomo in bilico. In bilico sempre sulla stessa sedia rivestita di velluto rosso. Appoggiato al tavolo del lussuoso ristorante dove aveva appena terminato di cenare.

Conosco Harry da più tempo di voi e so che per quel video con la bambina e la droga sceglierà di svenarsi, di svuotare le casse della “Match Point” e di buttare via anni e anni di duro lavoro. Licenzierà qualche macchinista, qualche segretaria di produzione. Taglierà i fondi a qualche progetto meno in vista. Farà di tutto pur di non scegliere la pubblica gogna. Lo biasimate, forse? Non credo.

Ora esce da quel ristorante, paga il conto salato che gli è costata la cena; poi sale sulla sua macchina nuova, nera, pulita. E torna a casa.

Harry Bell pagò, Marco Duse stette ai patti. Tutto venne messo a tacere.
Nell’arco di alcuni mesi la “Match Point”, una delle case di produzione più importanti della penisola, era pressoché sul lastrico.
Harry aveva bisogno di una sceneggiatura a prova di bomba in grado di rimetterlo in sesto. Il suo staff era convinto di aver trovato un buon manoscritto originale con un tema che avrebbe coinvolto tutti, soprattutto i giovani. Il budget richiesto per trasformare le parole in immagini non era eccessivamente alto. Soltanto i commercialisti ed Harry sapevano che quella era un’operazione definitiva, fondamentale, come si dice? O dentro o fuori.
Il film non solo non poteva permettersi di vendere poco: doveva spopolare al botteghino per risanare i bilanci altrimenti la casa di produzione sarebbe affondata, questa volta per sempre. Certo il produttore non sarebbe mai stato il cocainomane che si scopa una sedicenne ma poteva comodamente diventare il fallito più celebre degli ultimi anni. Da un impero al nulla. Per altro il fallimento, così improvviso, di una casa talmente celebre com’era la “Match Point” sarebbe stato molto sospetto e qualche giornalista impiccione, o chissà chi altro, prima o poi, avrebbe scovato il mistero e allora sarebbe spuntata anche quella brutta storia e oltre ad un fallito, Bell, sarebbe diventato anche un maniaco drogato.
Non c’erano molte alternative.
“L’isola di nero”, questo era il titolo provvisorio, doveva essere un successo.
Non poteva deludere né la critica né la platea.
Quando Harry lesse per la prima volta il manoscritto che avrebbe ispirato il regista, e tutto il cast a cui avrebbe dato in mano la sua vita, si convinse che poteva essere una carta vincente. Di solito non sbagliava e la sua capacità più grande era proprio scegliere la sceneggiatura, la storia, la vicenda giusta tra mille altre.
Ma quella scelta non era uguale alle precedenti.

Ah, a proposito, “L’isola di nero”, l’ho scritto io.


Lucio Laugelli