Una grandissima lezione di cinema

Una separazione - Asghar FarhadiEntrare in sala e trovarsi coinvolti in “Una separazione” di Asghar Farhadi significa aver optato a priori per un’idea matura di cinema, magari orientati meritevolmente dalla lucidità di un festival – la Berlinale- che ha quasi “dovuto” assegnare i tre premi principali (miglior film, miglior cast maschile e femminile) allo splendore di quest’opera sensibilissima e con una lievità poetica.

Iran, giorni nostri. Nader e Simin sono due giovani medio-alto borghesi che si trovano a richiedere la separazione. Lei vorrebbe andarsene con la figlia per darle un futuro di certezze e libertà, lui vuole rimanere per combattere e vincere la battaglia con i problemi quotidiani e la presenza ingombrante di un padre malato di Alzheimer. La soluzione adottata porta ad un armistizio apparente: la madre si trasferisce momentaneamente dai genitori, mentre padre e figlia trovano una badante che assicuri la sua presenza durante la giornata, per la cura della casa e, soprattutto, delle necessità del nonno non autosufficiente.
La situazione, dopo qualche normale tentennamento iniziale, sembra raggiungere un equilibrio ottimale, fin chè il nonno viene trovato esanime, abbandonato e legato in camera sua.
Inizia a questo punto una girandola di scontri, illazioni e accuse che gravano su tutti, con strascichi pesanti sul presente e sul futuro delle famiglie coinvolte.

Cos’è che rende questo film un’esperienza indimenticabile? L’idea stessa di un cinema impegnato senza proclami ideologici, sussurrato nei toni e senza inutili spettacolarizzazioni. Lo stile di Farhadi lascia che l’idea si accompagni alla forza delle immagini: non sostituisce mai il realismo con l’arroganza o la prevaricazione dello stile che cerca l’effetto a tutti i costi. Egli ci accompagna per mano senza strattonarci, soffermandosi solo quando ritiene strettamente necessario suggerire metonimie o metafore. La sua mdp è furtiva ma mai accidentale, curiosa ma mai morbosa; mantiene sempre il pieno controllo del climax e del dosaggio di sentimenti. Mai a disagio con la materia trattata, Farhadi conosce i tempi della narrazione e regala al suo film un dosaggio esemplare tra dramma e commedia, riuscendo a strapparci anche qualche sorriso (la scena della bambina che somministra l'ossigeno all'anziano è spassosa!).
La sceneggiatura modella personaggi tridimensionali e credibilissimi, che non manifestano la minima forzatura, serviti pregevolmente da un cast che definire magnifico può essere sin riduttivo; su tutti il Nadir di Peyman Moaadi, padre combattente e idealista che difende strenuamente il diritto alla dignità, e Sareh Bayat, badante limitata da leggi morali e familiari.

Non è facile trovare in sala film così coraggiosi, limpidi e nobili, oltreché pluristratificati che mettono in campo discorsi sul futuro e la credibilità di un Paese e di una religione, sul ruolo uomo/donna, sulla famiglia (“mio padre non si ricorda chi sono io, ma io so chi è stato mio padre”).
Anche se il tema principale resta quello della “scelta”, privata o pubblica che sia: una profondissima riflessione su cosa voglia dire “scegliere” e su cosa comporti quest'azione, con tutte le ripercussioni e le responsabilità che ne derivano, a livello personale e non.

Emblematico il finale, con la separazione definitiva degli adulti e la decisione di affidamento presa fuori campo dalla figlia stessa: le vecchie generazioni che, oppresse da pesanti eredità culturali rimangono in attesa inermi e scoraggiate, senza saper cosa dire/fare, mentre le nuove che -sulla base delle sofferenze patite- prendono finalmente e coraggiosamente in mano la propria vita. Un messaggio di apertura e di ottimismo che si spera sia il naturale sbocco di tutte le “primavere arabe” del mondo e non solo un'utopia filmica.

Un meccanismo ad orologeria che fila liscio e s'incastra come un puzzle, saziando la nostra sete di cinema bello, impegnato e – per una volta- godibilissimo!


Omar Manini