Intervista a Cristiano AngeliniAnche quest'anno ha preso il via una tra le più importanti manifestazioni musicali italiane dedicate alla canzone d'autore. La rassegna del Club Tenco si è svolta in un'edizione straordinaria che si concluderà ufficialmente il 12 Novembre al teatro Ariston. Vincitori di questa edizione sono Vinicio Capossela per la categoria "Album in assoluto" con Marinai, profeti e balene, Patrizia Laquidara per "Album in dialetto", Roberta Alloisio fra gli interpreti di canzoni non proprie e Cristiano Angelini per la sezione “Opera prima". Vittorie queste che hanno suscitato nel pubblico applausi e clamori. In particolar modo quella che forse di più ha stupito è stata l'assegnazione della targa alla migliore opere prima. Ebbene sì perché nonostante fossero candidati assieme al cantautore spezzino, artisti freschi e giovani di potenziale (come Iosonouncane, Carlot-ta, I cani, Jang Senato e Rosso Antico) è stato proprio lui ad aggiudicarsi l'ambito premio.

Cristiano ha sempre calcato le scene musicali italiane, si è proposto come bravo cantautore senza risparmiarsi nulla, giocandosi tutto con il suo album d'esordio L'ombra della mosca. Un lavoro maturo che trascende dal reale e si sopraeleva per la sua grazia e raffinatezza. Un terreno fertile per coltivare e far crescere forti emozioni. Brani permeati da un'intensa sinergia melodica si susseguono dando vita a quella ineccepibile compatezza tra voce e suono che altro non è che il risultato della maestria compositiva di un uomo che certo non pecca di inventiva. Ci si stupisce e ci si lascia prendere dal "profumo del canto" o "dall'aroma del caffè".

Un album L'ombra della mosca che va gustato con tutti e cinque i sensi perché ogni volta è come se si scoprisse qualcosa di nuovo. E allora non resta che riascoltarlo più volte per essere sicuri di aver captato gli infiniti segnali qualitativi di un disco che ha tutto il diritto di entrare a far parte del tesoro cantautorale italiano.

Ecco qui la chiaccherata che ci ha concesso gentilmente Cristiano. Conosciamolo meglio!


Dopo oltre vent'anni di attività musicale, quali sensazioni e stati d'animo hai provato nel ricevere un premio così ambito come la Targa Tenco?

Una gioia indicibile, perché è un riconoscimento di assoluto rilievo che premia il lavoro di tutti, dalla produzione (Primigenia) ai numerosi musicisti che hanno aderito al progetto


L'ambiente genovese ha alle spalle una tradizione musicale molto importante. Quanto la tua terra ha influito nella composizione dell' album?

È fondamentale! La Liguria è una terra impervia e ruvida, ma culla i suoi figli con amore, un amore talmente forte da apparire ed a volte risultare conflittuale. In questo ambiente si crea come una specie di incantesimo tra chi scrive e chi vive ed è forse l’anima scatenante del fare musica, canzoni e non solo. Genova è un luogo magicamente affascinante per osservare e vivere il fluire della vita. È come un immenso campo di battaglia dove si sovrappongono la Storia e le storie.
In questo luogo hai il senso reale della precarietà delle cose e di come possono cambiare, ma hai anche la possibilità di vedere come a volte rimangono celate nei chiaro-scuri bellezze inaspettate che attendono solo di essere scoperte. La canzone L’Ombra della Mosca parla esattamente di questo ed è dedicata a Genova, a questa ex nobile ed anziana Signora del Mediterraneo ed a come nasconde in sé tesori incredibili.
La mosca ha un’ombra, ma nessuno la vede o se ne cura, si tende solo a scacciarla. Poi c’è un altro aspetto determinante a Genova: l’interazione tra gli artisti e la gioia fisica di condividere il proprio lavoro. Si passa molto tempo insieme, c’è stima ed amicizia reciproca ed una sana solidarietà. Si collabora non solo artisticamente e non esistono invidie e divisioni. Quando qualcuno raggiunge un risultato la partecipazione è totale. Anche questo è abbastanza raro se vuoi.


In questo progetto hai coinvolto numerosi musicisti. Ti andrebbe di parlarne?

Si, in questo lavoro hanno suonato moltissimi musicisti di valore nazionale che, come dicevo, hanno sposato appieno il progetto, non solo eseguendo magistralmente le musiche, ma mettendo la propria impronta nei brani, la passione di partecipare con le note alla storia che si stava narrando. E questa piena adesione è comparsa fino dall’inizio, fin dalla descrizione del progetto del lavoro. Credo si senta abbastanza bene nel Cd l’anima dei musicisti che creano una specie di Macramè dove si appoggiano le parole.
In particolare, è stato fantastico il lavoro svolto da Matteo Nahum, direttore artistico ed arrangiatore del lavoro che oltre a suonare innumerevoli strumenti (vedi libretto) ha scritto e diretto le parti di tutti gli altri collaborando intensamente con i musicisti fino al completo appagamento di entrambe le parti. Poi la partecipazione di Max Manfredi e Vittorio De Scalzi riprende quanto detto in precedenza circa l’amicizia e la collaborazione genovese: due perle ben incastonate che mi fanno venire i brividi ogni volte che li ascolto nei miei brani.


Come descriveresti in tre parole L'ombra della mosca?

Sole, cuore e amore! Eheheh… a parte gli scherzi, non saprei. È un lavoro complesso, mi vengono in mente troppi aggettivi di egual importanza per tralasciarne qualcuno.


Com'era la situazione musicale in Italia quando hai deciso di intraprendere l'attività cantautorale?

Guarda, io ho iniziato a scrivere canzoni a 15 anni. Erano gli anni ’80 e l’anglofonia dilagava anche tra gli inglesi! C’era l’idea che l’italiano non fosse adatto al rock od al pop, ma solo per la canzone tradizionale e la canzone d’autore. Quindi, in pieno spirito contraddittorio, ho iniziato a scrivere canzoni di rock-prog in italiano con una band che si chiamava Tuya, dimostrando che tutto questo non era vero. Innegabile che fosse più complesso, ma non era impossibile. E poi gli esempi c’erano (vedi gli Area).
Comunque questa fu l’origine dello scrivere testi.
La musica che ascoltavo allora e che ascolto tutt’ora è preferenzialmente il jazz. Ho un cugino jazzista, Tony Parisi, che ha lavorato molto con Joe Venuti e suonato con grandi artisti come Lee Konitz, è citato nell’encicolpedia del jazz. Però i cantautori mi interessavano. Mi interessava il connubio tra parole e musica, tra la musicalità della parola e la narrazione delle note. Questo forse è il retaggio che mi ha lasciato il jazz. Nel mio lavoro non ci sono arrangiamenti jazz, ma c’è il jazz nella sua anima più profonda. Così ho provato a confrontarmi con la canzone d’autore. Gli ascolti erano moltissimi, specie i francesi (Brassens, Ferrè, ma soprattutto Brel), poi Aznavour, Cohen, Tom Waits e affini.
Degli italiani del tempo ascoltavo De Andrè, ho amato Fossati, Paolo Conte, Lolli, Piero Ciampi, Guccini e molti altri che sono poco noti al grande pubblico e che consiglierei di scoprire strada facendo, andando a spulciare nei dimenticatoi della discografia. Poi l’incontro e l’amicizia con chi secondo me in questo momento è il più grande di tutti: Max Manfredi. E qui si che si mischiano vari stili musicali e letterari che mi interessano.


Tutti i brani sono storie, con un inizio, uno svolgimento e una fine. Hai sempre scritto in modo così narrativo, è una cosa che ti viene spontanea?

Scrivo di getto e limo con calma. Si, mi viene naturale. Ma il mio modo di scrivere è principalmente per immagini. Fotogrammi. Mi interessa la sensazione che suscita l’insieme di parole che riesce a formare una specie di minifilm che unito al resto fa la storia. Non saprei scrivere un racconto. Nemmeno breve. Poi se ricordo il modo di scrivere dei miei testi prog… beh… altra storia rispetto a queste canzoni, ma la costante è il fotogramma.


Nei tuoi i brani, i protagonisti si muovono sul filo del reale. In quale di questi ti rispecchi maggiormente?

Mi piace confondere la realtà con il sogno, la favola. Credo che le canzoni debbano far immaginare, non essere una cronaca degli eventi. E mi piace a volte immaginare dei finali differenti da quello che ci si potrebbe aspettare. Ad esempio l’Iscariota non muore suicida, ma in Andalusia per altra mano. Quello che muore è “un sosia impiccato alla morale dell’umanità”. Ogni personaggio porta dentro una parte di me senza essere autobiografico, quindi non mi identifico in nessuno, ma li osservo come entità a se stanti. Se ne devo scegliere uno mi affascina proprio la figura dell’Iscariota, figura fondamentale della passione di Cristo che rimane per sempre l’infame. L’unico che fa quello che Cristo gli chiede passa alla storia come il traditore. Pietro che lo rinnega no, lui ha le chiavi di casa… Ecco, questo personaggio mi da l’immagine della devozione vera alla causa in cui credi, al sacrificio estremo per il bene altrui. Cosa che mi pare nella contemporaneità sia un po’ trascurata.


Cosa ne pensi di questa nuova stagione della musica italiana?

Ne penso che con tutta necessità di trovare il “nuovo” a tutti i costi si rischia di finire oltre le barriere del suono! Continuo a sentir dire che bisogna scrivere e cantare cose del proprio tempo. Ma cosa vuole dire? Qual è il tempo di ciascuno? Sarebbe come mangiare le cose del tuo tempo: panini freddi in piedi al banco di un bar o cibo precotto. A me piace cucinare con le ricette antiche, sentire i gusti ed i sapori di un minestrone ben fatto. Questo è il mio tempo.


Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Ahahahahaha…per ora L’Ombra di una Mosca che giri a raccontare le sue storie, poi vedremo. Magari un agriturismo, una locanda del buon tempo ed il buon cibo od un altro Cd… chissà…

Grazie mille Cristiano!
Grazie a te!


Mara D'andria