“And you're standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love /Cover up and say goodnight...say goodnight/Home - is where I want to be/But I guess I'm already there/I come home - she lifted up her wings/Guess that this must be the place".
Talking Heads

This must be the place - Paolo SorrentinoQuesta è la favola (per ora) a lieto fine del regista napoletano Paolo Sorrentino. Dieci anni fa debuttava in maniera dirompente con un esordio brillante intitolato "L'uomo in più"; il protagonista era Toni Servillo che, al principio, grazie proprio al sodalizio con il giovane regista, diventa da attore di nicchia qual'era (solo Martone, al cinema, ne aveva intuito lo sconfinato talento) il mostro sacro che è oggi.

Negli anni successivi Sorrentino arricchisce la sua filmografia con altri tre titoli prima di quest'ultimo "This must be the place": nel 2004 è la volta di "Le conseguenze dell'amore" (a mio avviso una delle più interessanti riflessioni sulla solutudine e l'isolamento umano) segue, nel 2006, "L'amico di famiglia" (forse la prova meno convincente del Nostro ma, aggiungiamo, magari fare "passi falsi" simili) e "Il divo" (con cui -nel 2008- si presenta al grande pubblico confermando, sempre di più, uno stile registico imponente, personale, solido, innovativo).

Poi arriva l'America e quella che era la storia di un bravo regista italiano diventa una favola.
Da una fetta di pubblico nostrano si ritrova ad avere puntati contro gli occhi del mondo intero, cominciando da quelli feroci di Cannes.

Come sempre non vorrei dilungarmi troppo nella trama per evitare di rovinare il film a quelli che ancora devono andare in sala quindi ecco solo una breve sinossi:
Cheyenne è una rockstar in pensione: da diversi anni ha scelto un esilio volontario nella sua grande casa di Dublino, dove vive con la compagna Jane. Proprio la compagna e i numerosi fan, che lo vedono ancora come un'icona, cercano di spingerlo a tornare sulle scene, ma lui depresso e ansioso non crede più nel potere del rock and roll ed è corroso dal rimorso per una terribile vicenda che l'ha portato ad uscire di scena.

Sorrentino continua ad evolvere il suo linguaggio filmico: nonostante la titanica produzione alle spalle dirige il suo brillante cast per 118 minuti senza alcun timore; i suoi movimenti di macchina, l'uso del fuoco, le carrellate e i dolly sinuosi (già presenti nel suo passato di regista ma qui, forse, fin troppo amplificati) accompagnano lo spettatore in maniera fluida, disarmante; Sorrentino gioca con chi guarda il suo film, come sempre del resto: dove ci si aspetta una soggetiva (magari chiaramente dichiarata dallo sguardo di un attore) ecco un movimento della macchina da presa non convenzionale che tende sempre a scavalcare/superare qualcosa o qualcuno per portarci "oltre". Il regista conclude in modo netto certe scene che ci aspettiamo continuino e anche l'ottima sceneggiatura (firmata con Umberto Contarello) sorprende spesso lo spettatore con le risposte anarchiche, irriverenti, ciniche del protagonista (interpretato ottimamente da Sean Penn che però, talvolta, forse esagera un po' troppo compiaciuto della sua bravura). Sempre la sceneggiatura a quattro mani propone personaggi bizzarri, ottimamente caratterizzati che sembrano usciti da un film dei fratelli Coen.

La composizione delle scene, la magistrale fotografia del solito Luca Bigazzi, l'uso della musica diegetica fanno di "This must be the place" un lungometraggio pieno di energia e di silenzi, poetico, sarcastico, irriverente e, come tutto il cinema di questo regista, estramemente nichilista, disilluso.

L'unico rischio è però che (nel prossimo film di questo talento del nostro cinema) lo stile sinuoso della regia aumenti ancora di più rischiando di schiacciare, soffocare la cosa più importante ovvero la storia...e che lo faccia solo per mostrarsi in tutto il suo splendore; tutto questo già accade, talvolta, in questa pellicola.

Credo che sia un errore imperdonabile "mostrare lo stile" per un regista, per uno scrittore, per un musicista e per chiunque esprima qualcosa attraverso l'arte: raccontiamo una storia e basta (tanto se lo stile c'è, come in questo caso, si vede comunque) altrimenti rischiamo di diventare come il chitarrista egocentrico che compare all'inizio di "This must be the place" che, con un riff imprevisto, si mette in mostra ma ottiene soltanto le spalle del protagonista Cheyenne.


Lucio Laugelli