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Nati per Subire - The Zen CircusChe bello! Finalmente posso dare la bienvenue à quel mio francesismo ben celato. Far uscire il camionista appartato che è in me, e con una brocca di birra (ma attaccate a ‘sta brocca Ile, che stai a dì?!) poter sbiascicare sconcezze come tanto mi piace fare. Proprio da brava figlia cresciuta a biberon di rum e letture di favolette dal Rolling Stone. Femminilità, per carità! Eccheccazzo.

Insomma esce oggi ciò che già sa di big up. Gli Zen Circus pubblicano il loro secondo album interamente in italiano. Nati Per Subire. Il precedente (che sfanculava e si perculava) fece subire un’impennata pazzesca al trio, un pochetto relativa per le copie vendute perché oramai i dischi li comprano solo in pochi (sciocchi bastardi dalle braccina rattrappite, spillate ‘sti spicci... avanti), ma notevole per numero di concerti e di spettatori e di visibilità e di prestigio.

Incarnano alla perfezione la nozione di r’n’r, la sua più autentica natura. Nello stile, anche se spesso trafficano con l’acustico, e soprattutto nell’approccio: suonano dove c’è da suonare, si divertono da matti, non se la tirano e, pur prendendo più che mai sul serio la loro precaria (come direbbe Dente, che... ehi esce oggi pure quello!) professione, praticano con entusiasmo la nobile arte dello sfottere&sfottersi.

Appino (chitarrista/cantante) + Ufo (bassista) + Karim (batterista). Personaggi rari, in via d’estinzione, tutelati dal Wwf. Ne circolano veramente pochi in giro, e che tutti e tre si siano trovati invischiati nello stesso gruppo è... proprio così di culo come quasi quello spermatozoo rincoglionito di un impotente che faccia meta nell’ovone di pasqua femminino. Un’anomalia statistica. Sì perché solitamente in ogni fottutissima band che si rispetti c’è sempre il bisbetico musone indomabile, quello un po’ tanto snob stronzo, quello che con un acciarino accende rissa a fuochi di paglia... ma non negli Zen Circus. C’è un silicone Saratoga dalle proprietà misteriose che sigilla il loro gruppo. Ed è ciò che gli ha consentito di andar avanti, sempre meglio, fino ad oggi.

Questa volta impossibile cadere nel fraintendimento del significato testuale. Chi l’ha fatto con Andate Tutti Affanculo l’ha fatto in maniera aprioristica filosoficheggiante di ‘sto cazzo, senza aver ascoltato realmente mai una mazza. Pensavano fosse per forza un inno al qualunquismo, o una semplice stronzata. Ma fortuna che il mondo è bello perché vario sebbene avariato. E chi come nel precedente album c’aveva visto con l’occhio da faina, pure qui coglierà l’anima più nascosta dei brani, quella malinconica se non anche amara. Ma vera. Così vera che fa male sentirselo dire. L’album arriverà. Colpirà e o uccide o fortifica rendendo incazzosi.

Una rappresentazione di vizi e virtù di una nazione allo sbando e al collasso, un “Paese che Sembra Una Scarpa” disastrata ma pur sempre amabile. Si scorgono storie di provincia raccontate col linguaggio della strada privo di peli sulla lingua, con le tante parolacce, ma osservandole come da lontano. Così venivano narrati i racconti nel precedente album. Ora: si zooma sulle vite di alcuni disagiati “nati per subire”, che son tali per contingenze, per scelta, per coercizione. Un disco ancora più dolceamaro. Malinconico non più latente. Sentimento da guazzabuglio però controbilanciato, senza sacrificar alcuna melodia, con siringate maggiori di elettricità. Un effetto Ritalin perfetto.

Nati per subire è stato concepito a ridosso di Andate Tutti Affanculo. Già a inizio 2010, durante la ricarica della bombola d’ossigeno dall’apnea profonda into live, tre quarti dei pezzi erano baldanzosi di vita propria in appena una quindicina di giorni. Arrangiati erano coerenti e creavano le Mille e una Notte. Stavano bene. E raccogliergli in un album è stato un gioco da furbetti del quartierino. Lavoro certosino in studio, stratificazioni sonore ricercate, dettagli limati meglio d’un fabbro, cesellature pure nei respiri. Brani zeppi e zuppi di chitarre e percussioni. Tant’è che si son dovuti dare una calmata. Loro sul palco son in tre e mica c’hanno l’orchestra di Pavarotti dietro a sé. Loro stessi dissero: “Vogliamo che le nostre canzoni possano funzionare anche in spiaggia con una chitarra acustica e un tamburo ricavato da una scatola di cartone, ma quando le registriamo per un disco non ci dispiace “fare i musicisti” e fare gli spacca cazzi.”

Numerosi gli ospiti, che a ben guardare e a stringere, poco fanno e poco di speciale. E’ il tipico gioco del: gran vociare per far scena. Sono tutti cari amici. A loro faceva piacere metterci la zampa, e i protagonisti qui erano felici di vederne l’orma lasciata. Non ci sono duetti o "featuring" speciali. A parte Giorgio Canali quando augura un “fatevi fottere” – dopo esser stato citato – in La democrazia semplicemente non funziona e forse Alessandro Fiori che canta il ritornello di Franco. Ma ci vuole un orecchio da lupo per riconoscerli. Devono esser come degli amuleti, dei portafortuna, una strizzata di palle... come Enrico Gabrielli che fa l’ouverture al disco.

Qui sotto trovate il loro primo estratto, con annesso videazzo. Versi caustici, ritornello che perfora tanto l’ironia quanto il cielo lassù. Ma il messaggio è uno solo: nulla a che vedere con radio Mari, radio Cristo e il Prex dei preti, il pezzo non riguarda l’esistenza o meno di Dio, bensì della nostra. Nati per subire è più duro e acidulo del predecessore, ma i testi vogliono essere pretenziosamente meno diretti ed espliciti. Questi ragazzi non sono solo quelli di Figlio di puttana, Gente di merda e Andate tutti affanculo. Sarebbe una reputazione ritagliata in maniera riduttiva anche se comunque furba e utile per conquistare platee più giovani da strappare all’idiozia dilagante. Non bisogna prendersi sul serio, prima regola del Fight Club è: sdrammatizzare.
Idee astratte, penseranno certi, utopiche, da anarchici. Ma se solo una piccolissima parte si potrebbe concretizzare o quanto meno coglierne la sensatezza teorica che ne sta alla base... beh, forse si subirebbe un po’ di meno.

“Nati per subire, lo siamo tutti. Perché che sia frutto dell’amore o dell’odio, della voglia matta o della totale casualità, l’atto della nascita è prepotente, si impone, non chiede certo il permesso. A chi dovrebbe chiederlo, in fondo? A cosa, anzi? Così dall’oblio della notte dei tempi, serenamente non-esistenti, veniamo risucchiati calci in culo dentro questo mondo: e in men che non si dica siamo già sudati, dolenti, affannati, piangenti, schiavi della carne e della sua fame, terrorizzati dalla paura della morte. Ormai presenti nel registro della vita cosciente, con le sue regole severe e il suo tempo che scivola via. […] Tutti coloro che sono stati iscritti al registro prima o poi diventano delle storie. Ma pochissimi di questi sono stati in grado di scrivere autonomamente la propria vita, di essere i soli padroni del proprio destino in vita e dell’altrui curiosità in morte.” (From intervista tratta da nonsidevemaisvelare a volto scoperto degli Zen Circus - N.d.r.)

Nati per subire, nati per capire, nati per morire. Aggiungerei come loro stessi cantano: “la curiosità è donna, il potere degli eroi. La curiosità è di tutti, affanculo gli eroi”. Curiositas mundi a voi.


Ilenia Lando