Reading Festival 2011 - DAY #2 - part TWO – 27/08
I National li aspettavo da tanto, me li ero persi troppe volte e finalmente riesco a godermeli. Dietro di me un tramonto luminoso riflette tutti i colori caldi che ben arricchiscono l’atmosfera che lega tutto in un'unica visione omogenea, piano piano si arriverà anche al “viola”. Forse al buio o in un club penso sia la resa migliore che si possa avere da loro ma l’impatto è comunque forte.
Iniziano con “Anyone’s Ghost” e “Bloodbuzz Ohio”, poi “Mistaken for Strangers”. Mi rendo conto di no essere nella posizione migliore per ascoltarli, l’acustica da così vicino è penalizzata dai bassi che vanno troppo oltre e mi coprono in parte la profondità della voce di Matt. Le chitarre dei fratelli Dessner fanno un lavoro egregio di classe e rifiniture millimetriche mentre gli altri fratelli Devendorf alla base ritmica sono sostenuti sempre, mai eccessivi ma sempre presenti. I fiati aumentano la solennità dell’esibizione Matt Berninger con la sua voce baritonale pare un uomo controllato e pacato ma fortunatamente no, è più dannato di quello che pensiate (lo si capisce anche dai testi) e quando il pezzo “Abel “ glielo permette tira fuori tutti i demoni che ha insiti in sé stesso poiché con quella voce potrebbe dire tutto ma sarebbe comunque di un’eleganza vocale spiazzante.
Il suo live se lo allieta con “qualche” bicchiere di whisky fra un brano e l’altro, sì forse un po’ ebbro lo è ma è normale, qualcosa lo beve sempre prima (e durante) il live per dimenticarsi di essere davanti a centinaia di sconosciuti. Anche lui è un uomo coi propri pregi e difetti ed è questo che traspare di più dalle canzoni dei The National. Chiudono con “Terrible Love”, mozzafiato quando cresce d’intensità, lui in mezzo alla folla, prigioniero del suo microfono e dei whisky bevuti.
Tormentati.
Uno dei tanti motivi che mi hanno spinto fino a Reading sono stati i Pulp e dopo la loro recente reunion (sciolti nel 2002 anche se nulla venne ufficializzato) la voglia di ascoltare i maestri del brit pop anni ’90 è fortissima e la gente sotto scalpita, spinge come non mai.
Gran impianto di luci, poi un telo scuro, tutto si spegne, solo un laser verde che proietta alcune animazioni e qualche parola che scalda il pubblico un conto alla rovescia e una semplice ma non casuale frase “Do You Remember the First Time?”, si illumina il logo luminoso, prima la P, poi U, L e P poi parte la musica, solo ombre e luci dietro al telo e sul ritornello viene giù ed ecco Jarvis Cocker in tutta la sua magnificenza di frontman. Salta, si piega, ammicca, si contorce, si flette, balla, si arrampica sulle casse; c’è gente con vent’anni in meno che non ha un centesimo della sua mobilità. Scaletta perfetta a dir poco “Joyriders”, “Mis-Shapes”, “Pencil Skirt”, “Something Changed” e poi “Disco 2000” che sprigiona tutto il dinamismo di Jarvis. Passiamo anche per “I Spy” dove J.C. con una torcia con videocamera incorporata si butta sul pubblico e ne illumina le facce nel buio. Dopo la reunion questa è anche la prima apparizione live con i Pulp di Richard Hawley, già membro dei Longpigs.
Non mancano “This Is Hardcore” e “Bar Italia” ma il momento che non ti scorderai mai è sarà per sempre “Common People” nel delirio di bianchi coriandoli.
Jarvis top frontman del Festival senza ombra di dubbio.
Pa(u)lpitanti.
Ma non è ancora finita la serata perché gli headliner sono gli Strokes e nelle prime file diventa tutto più invivibile ai limiti della naturale respirazione e dell’equilibrio sempre più precario.
Mi devo ritenere fortunato se non è saltata la corrente quattro volte? Non penso, anche se pure qui successe ma una volta sola (vedi Libertines in “Time for Heroes” un anno fa). I quattro fanno il loro, contenti ma non contentissimi, setlist completa di tutto quello che si vorrebbe. Fortuna che ci scappa il duetto. E come presentare Jarvis Cocker se non come “The Jarv”! Sbam!
Due fra i frontmen più acclamati, diversi in stile ma altrettanto influenti. Botta e risposta sulla cover dei Cars “Just What I Needed”, scherzano, cantano e si abbracciano. Che coppia! “Last Nite” è un coro univoco, “Hard to Explain” e “Take It Or Leave It” sono una certezza per la chiusura del day 2.
Two headliners is better than one.
Ah! Dimenticavo, i Jane’s Addiction me li sarei voluti anche vedere se solo non avessero annullato il live poco prima di iniziare per problemi alla voce di Perry Farrell, il tutto annunciato sul palco da Dave Navarro.
Perry voleva essere sul main stage, un po’ gli bruciava essere relegato nel tendone, il pallone è mio, tu non giochi, io non gioco, boh basta non giochiamo più.
Cose della vita.
Mudd is the only way!




