Still Living - Ganglians
La conoscete la storia di Poppedelia, vero? Tra i generi dell’antica California, Psica Delia fu celebre per la sua bellezza e per il modo di vivere dissoluto, sfrontato e fumogeno; figlia dei lisergici mezzi anni ’60, divenne famosa per il suo fascino e il numero innumerevole di amanti, ma soprattutto di Pop, genere musicale politico abile nella massificazione caduto presto in disgrazia, che fin da giovanissima età mostrò un’innata propensione per il potere e il dominio discografico.
Lo stesso critico storico Simon Reynolds scrisse di lei che aveva avuto ogni dono dalla natura “tranne che un animo onesto”; all’apparenza introversa e riservata, celava in realtà un carattere ambizioso e naturalmente portato alla dissolutezza. Sposò l’Underground poco più che bambina ed ebbe da lui diversi figli: dai Beach Boys ai Grateful Dead e tutti quelli che potevano starci nel mezzo. Ma ciò non le impedì di divenire l’amante dell’affascinante mr. Pop, scalatore di successi mondiali. E così fece. Durante un banchetto allestito in un Garage Period, il Signor Pop abbagliato da cotanta bellezza e dal fiero portamento della donna ‘Delia, la prese con sé e la fece sua. Lussurioso penserete voi. Cadde nelle sue grinfie. Psica non era solo fatale, era anche intelligente e scaltra, e consapevole dell’ascendente che sapeva avere sul debole e concupito amante. Lo incastrò per sempre, con una figlia: Poppedelia.
… Mi rendo conto che questa ricapitolazione storica è un po’ didascalica, ma abbiate pazienza, sto solo capendo come siamo arrivati a questo punto.
Eppure già da qualche anno a questa parte il panorama psych (o garage) pop dello Stato Dorato della California sta godendo di un’attenzione tutta particolare da parte di media e appassionati, un vero e proprio vaso di Pandora giustificato tanto dalla quantità che dalla qualità delle proposte sbocciate in questo periodo: bands e artisti sovraccarichi di talento, diversi come personalità ma uniti nel tentativo di rileggere e attualizzare canoni classici in distorsori indie/lo-fi, aiutati dalle nuove tecnologie non soltanto di incisione ma anche e soprattutto comunicative.
Questo è il caso dei Ganglians. Probabilmente neologismo creato a tavolino dalla fusione di Gang + Aliens. Sì perché sono nati quando il leader ventiseienne Ryan Grubbs s’è ritrovato con la catena a terra e senza lavoro (non sta forse per “alieNato” comunque?) e avendo molto tempo a sua disposizione s’è messo a registrare un po’ di canzoncine che aveva scritto dietro le bollette non pagate. Solo che, dopo aver buttato giù l’accompagnamento con la chitarra e la linea melodica principale, aveva ancora delle tracce a disposizione ma nessun altro strumento a portata di mano. A quel punto, siccome aveva cantato per qualche tempo nel coro della sua chiesa di Sacramento e aveva una certa esperienza in fatto d’armonizzazioni vocali, ha iniziato a riempire i brani con strati di voci e a chiamare così a lavorar con lui i suoi colleghi d’avventura musicale.
Sacramento è la tipica città dal sole baciata. Rovente, colorata da colori caldi a’ la ‘pubblicità della Converse’ in cui non serve indossare lenti rosate per alleggerire l’animo. Ma è una cittadella povera economicamente, in cui l’amministrazione cittadina fa’ dilagare uno status di polizia che nemmeno a volerlo sognare. Concerti interrotti, locali che chiudono. Ragazzi, questi qui citati, etichettati come dei “Junky”. E’ per questo che son costretti a spostarsi nella vicina San Francisco, poiché come loro stessi dicono “chi ci rimane qui è perché vuole farcela da solo”. Tant’è che i fanciulli in questione, come le Parche, filano un’intelaiatura di rapporti con un casino di band: Wavves, Sic Alps, Ty Segall, Thee Oh Sees e chi più ne ha voglia ne aggiunga pure, prego.
Siamo oramai ad ottobre e di quella fastidiosa brezzolina autunnale con le foglie marcite sui lati della strada nemmeno l’ombra. Sembra che per un paio di giorni ancora questa longilinea estate non ci volterà le spalle con un arrivederci alla prossima. E il nuovo album dei Ganglians, “Still Living”, contiene un filler di clorofilla liofilizzata che se mai dovrebbe venir il gelo artico sarà in grado di spargere un bel po’ di calore sunshine sui mesi a venire. Altro che piumone.
A prima vista ed ascolto un intruglio di riferimenti giusti messi al posto giusto (il riverberino sulle chitarre per surfare l’effetto surf, i coretti da falò corretti col peyote alla Animal Collective, e pure le barbe da colono fricchettone che fanno tanto Fleet Foxes e che… quanto me piacciono). Non è solo un lavoro ambizioso, trattandosi di un doppio lp (contenuto in realtà in un solo cd), ma anche più accessibile a livello di sonorità rispetto al loro precedente “Monster Head Room”.
La musica del quartetto di Sacramento appare solida, confeziona motivetti pop mai storti che ti stravolgono la mente e ti si incastonano lì come pietre rare che nemmeno i Sette Nani tutti assieme riuscirebbero a picconarli via. Melodie come istantanee che vanno a pescare il sapore che tutti abbiamo in un inconscio collettivo della West Coast, tutte bene cucite tra loro in un tappeto di pop chitarristico anni ’90 (il ritornello dell’oppiacea Sleep o la rinforzata Faster). Eccletismo mai ostentato, tranne forse in Things To Know che spazia in un hip hop/soul/r’n’b che è come nascondere l’asso nella manica indossando la canottiera. Caaacchio è??
Pezzo pezzotto, come direbbe il Nongio, è Jungle: riff di chitarra che si specchiano nel mex-tarantiniano arzigogolato e irresistibile. E’ una roba che ascolti in loop senza mai stufarti. E chi lo ha scritto sa che ripeterà il colpaccio. Again.
Comunque sia, gioventù bruciata, questi vivacchiano nella nostra terra a forma di scarpa con ben quattro date questo mese. Il 7 ottobre al Plastic di Milano, l’8 al Covo di Bologna, il 9 al Loop di Osimo (Ancona) ed il 10 al Circolo degli Artisti di Roma.
Chi ci abita nei dintorni, chi c’ha moneta di troppo nelle proprie tasche, chi adora le Poppe…ehm, la poppedelia, chi ama dire “io c’ero” … beh, ci vada. Si divertirà.




