"TRACCE DI VITA" - Venticinquesima puntata
Da un'idea di Bruno Barbonaglia

Le tracce che vi sono rimaste addosso sono quelle che vi ha lasciato una o più canzoni in particolare, tracce profonde, dolorose, tristi o solo nostalgiche; ma anche felici, spensierate. Comunque, nel bene o nel male, son tracce di vita, segni che vi rimarranno, anche se dolorosi si rimargineranno e vi rimarrà una sottile, lieve e quasi invisibile cicatrice, pronta a pulsare quando partirà la prima nota di quella canzone. Allora a quel punto tornerete a fare i conti con voi stessi, con cosa vi ha trasmesso, con cosa vi ha lasciato, dove eravate e forse fondamentalmente con chi eravate, chi amavate in quel momento, chi odiavate o chi vi aveva lasciato se mai foste stati con qualcuno.. (Nicholas David Altea)

The boy with the thorn in his side - The SmithsSeduto ad aspirare il baccano dei suoi tormenti lancia lo sguardo lontano, dove la vista non puo' arrivare, ma la mente si, conscia delle apparenze mondane. Il sole brucia le punte dei suoi capelli, quei ciuffi scuri spessi, ma morbidi al tatto. Socchiude le labbra e gli appare una visione in technicolor. Rivede i lampioni della notte, cambiano ad ogni angolo di strada. Sulla sua pelle brividi caldi e freddi si alternano. Viaggia ancora nonsense nel gorgo della vita. Ha vent'anni e a quell'età i ragazzi non sanno. Sono semplicemente assuefatti dal mondo, o meglio loro dovrebbero esserne la reincarnazione più pura. E' facile lasciarsi abbandonare inermi in mezzo alla corrente.

Il giovane sfreccia come una saetta ad occhi chiusi per le vie della città, rischiarato dai fari vermigli delle tenebre, quando i banchi di nebbia si addensano in pianura. Il gelo è tutto nei suoi polmoni, si accende una sigaretta per riscaldare il cuore. I suoi pensieri sono infossati dietro quelle occhiaie, dietro la caletta sulla spiaggia che ormai è un sogno dal quale solo lui può destarsi. Dietro al rancore si nasconde un devastante desiderio d'amore.

E' la sua spina nel fianco quest'incomunicabilità. Vorrebbe dire sì invece di no e viceversa. Non si sa mai cosa ci sia dietro quei suoi occhi color della terra bruna, intensi quanto il riflesso della luce sul viso, come un'iniezione di morfina. Le labbra soffici, imporporate come di rossetto, semi-aperte, sembrano dischiudersi in un effluvio di parole. Invece, silenzio. La chitarrina di sottofondo della sua vita non cessa neppure un secondo di accompagnarlo alla ricerca di quel qualcosa che tanto gli preme.

Ogni tanto si ferma per ricordarsi cosa sta rincorrendo. Al minuto 1:53 tutto gli sembra così vano; sono come in un crescendo i gorgeggi dei suoi "oh, no...", dei suoi taciti pensieri a cui ben pochi possono accedere. Appena incontra qualcuno sul suo cammino che lo sproni a far meglio scappa lontano. E' paura di conoscere se stesso, non gli altri, come falsamente afferma ogni volta che i passanti gli chiedono il perché delle sue insulse azioni. Chissà cosa contempla dall'alto dello scoglio che svetta sull'asfalto liquido di questa città.

Sembra "Il viandante sul mare di nebbia": la desolazione tutt'attorno e in lui, nei suoi grovigli estemporanei. Il futuro gli è innanzi e non sa come prenderlo in mano, ma ci vorrebbe così poco solo per sfiorarlo. La società lo opprime di doveri, lo disorienta, lo conduce lontano dalla sua vera essenza di sognatore. Forse non c'è spazio per sognare nel 2011.

Quando la riproduzione casuale del mio I-pod mi fa rincontrare The boy with the thorn in his side, la scena che mi si presenta è sempre la medesima. Non riesco a staccare l'attenzione dalle prodezze di questo giovane, che potrei essere io, potrebbe essere il mio più grande amore o tutti noi, una banda di allegri disperati che spesso si chiudono in amare riflessioni. "Dove sto andando?", echeggia una voce d'altri tempi. All'improvviso, nel bel mezzo del niente o del tutto, questa domanda comincia a martellare il cervello sempre di più, con maggiore insistenza, senza dare tregua, fino a che non si consegua un almeno provvisoria armonia. La certezza è che non arriverà mai completamente.

La spina nel fianco ce l'abbiamo tutti, chi più, chi meno. Spesso il dolore è quasi straziante, un male non ben definito, in non si-sa-quale-parte del corpo. Due note e parte un vortice di impressioni e sensazioni che non sono facili da spegnere. La pace interiore non si trova mai, basta un frammento di un odore a spezzare l'equilibrio appena ottenuto. In fondo, non tutte le canzoni devono parlare di sole-cuore-amore. Non tutte le canzoni devono avere un happy ending. Non tutte le canzoni devono portare conforto.

A questi accordi associo tutti quei volti dei miei coetanei che mi hanno guardato dritto negli occhi trapassandomi da parte a parte. Un'epifania, un risveglio dal torpore. Consapevolezza, finalmente. Cercavo una pista che mi conducesse a comprendere cosa ci sia dietro le parole, dietro i gesti, senza fermarmi all'esteriorità. Quegli occhi scuri, grandi, che ricordano sempre quelli di un bambino imbronciato mi hanno portato alla deriva tutte le volte. Ho camminato sotto il sole di luglio, aspettando il vento e "still they don't believe us?" urlava Morrissey nelle mie orecchie.

Sul treno che porta al mare, le terre di Montale, la città di Monicelli, in quei luoghi Morrissey continuava a cantare a squarciagola "How can they hear me say those words and still they don't believe me?". E ancora quando la città torna a germogliare, quando i ragazzi ricominciano a sdraiarsi in riva al Po, sotto gli alberi a cercare frescura, Morrissey non smetteva un secondo di dirmi quasi come ammonimento "The boy with the thorn in his side behind the hatred there lies, a plundering desire for love. How can they see the Love in our eyes and still they don't believe us?"

Questo e altri scritti di "Tracce di Vita" li potete trovare qui: Capite cosa stiamo gridando


Ilaria Del Boca