Corpo a corpo – Mario Brenta, Karine De Villers

Pippo Delbono, l’artista e l’uomo. Il presupposto a ogni discorso su questo artista è proprio la commistione tra arte e vita, l’imperativo nietzschiano “fai della tua vita un’opera d’arte!” si mescola fino a una fusione che non permette più di distinguere le due componenti. Corpo a corpo è innanzitutto la registrazione di una lotta, quella del processo creativo che accompagna la creazione di uno spettacolo, un lavoro su se stessi che prende direzioni sconosciute e al quale la compagnia tutta può contribuire nel puro atto performativo, cucito in unica tela dalla direzione registica e drammaturgica del regista.

La Compagnia Pippo Delbono è, come molti sapranno, tra le più insolite del panorama contemporaneo: Bobò, Gianluca, Nelson, Pepe e gli altri riescono a unire sul palcoscenico ispirazione e creazione in un collage emotivo che Delbono dirige da anni; provenienti da differenti e insoliti contesti sono attori che uniscono il proprio vissuto (la vita in manicomio, l’essere affetto da sindrome di down, una fisicità spesso ai margini) con la formazione professionale.

Il documentario di Mario Brenta e Karine de Villers entra proprio nel processo di creazione dell’ultima produzione delboniana: Orchidee dove verità e finzione si mescolano in un metodo che deve moltissimo alla formazione dell’artista (Odin Teatret e Pina Bausch su tutti). Una creazione che nasce dall’improvvisazione e si compone di quadri che Delbono monta tra loro seguendo l’ormai collaudata linea emotiva e tematica che contraddistingue le produzioni della compagnia. Un teatro che è fuori dalla società e che i due registi hanno documentato vivendo una sorta di “occupazione” teatrale per la durata delle cinque settimane di riprese. Un work in progress creativo di uno spettacolo che lascia il segno proprio perché composto come una sinfonia emotiva sulla scorta della sofferenza causata dalla perdita, da parte del regista, dell’amata madre. L’orchidea è emblema del teatro delboniano, un fiore vero e finto, che appartiene all’arte e alla realtà, un mito che racchiude in sé la complessità del maschile e femminile in unico corpo, ancora una volta un pretesto per parlare di sé che apre allo spettatore un varco su uno sguardo personalissimo.

Le riprese appassionate sembrano aver fagocitato i due registi all’interno della compagnia, un’immersione che regala allo spettatore pillole inedite e prove di creazione definitivamente inserite nello spettacolo. Un modo per entrare nel laboratorio creativo di una delle menti teatrali più discusse nel panorama teatrale italiano ed europeo. Un metodo drammaturgico e registico che dà senso a quel montaggio apparentemente casuale a cui si assiste in scena e dove Cechov, Mascagni e i Deep Purple entrano a far parte di un unico insieme creativo.

Ancora una volta Delbono conferma quel legame tra arte e vita che ha reso il suo teatro unico e riconoscibile, una forma che è ormai statuto; per questo il documentario Corpo a corpo non stupirà né sostenitori né detrattori. Nulla di nuovo sul fronte Delbono, in scena ancora, per rimanere nel lessico nietzschiano, la documentazione de “l’eterno ritorno dell’uguale”.