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Donne vittime o donne coraggiose?

'La Scena Sensibile' fra violenza e riscatto

La XXII edizione de La scena sensibile si apre all’insegna della tenacia: storie di donne che “trovano dentro di sé la forza e il coraggio di andare a testa alta” nonostante “le avversità, il degrado sociale e ambientale”. Perché allora, nonostante tutti i progressi, le battaglie vinte e le conquiste raggiunte, la donna deve essere coraggiosa nel 2016? Perché purtroppo parte ancora da una condizione svantaggiata.

O almeno questa è la sensazione che si prova anche solo a dare una rapida occhiata al programma della rassegna curata da Serena Grandicelli — una manifestazione importante e effettivamente “coraggiosa”, data la sostanziale assenza di finanziamenti pubblici — che ogni anno offre uno specchio privilegiato per riflettere sulla condizione della donna, e che, involontariamente, lancia anche un chiaro segnale sulla percezione che se ne ha all’interno della società: una rassegna di teatro “al femminile” costituisce, in fondo, già una sorta di “ghettizzazione” e dimostra come, ancora oggi, la donna abbia bisogno di essere considerata come categoria “a parte”.

Il quadro di quest’anno, dunque, è poco confortante, poiché dagli spettacoli in programma sembra che la donna si trovi perlopiù nel ruolo di vittima: della società, della moda, degli uomini, del destino; vittima che lotta, appunto, con coraggio, per emergere da situazioni drammatiche. È il caso delle donne protagoniste dei due spettacoli qui presi in esame: Cleo – storia di una puttana, scritto e interpretato da Susy Suarez per la regia di Paolo Orlandelli, e Ferocia, scritto da Betta Cianchini e diretto da Gabriela Eleonori.

• Cleo – storia di una puttana – Paolo Orlandelli

Cleo è vittima di un passato difficile che in qualche modo la porta a diventare una prostituta. Rinchiusa in un istituto di recupero per un motivo che soltanto alla fine verrà svelato, Cleo è solo in apparenza una ragazza spavalda e quasi arrogante perché nasconde dentro di sé una vita andata in frantumi, i cui pezzi cercherà di ricostruire davanti al pubblico attraverso il racconto. Con l’ausilio di pochi oggetti di scena — una sedia, una scatola di ricordi — la donna ripercorre così la sua vita per flashback riportando alla memoria il padre assente, la madre vanesia e attorniata da uomini, il rapporto complice con la sorella, gli uomini che si susseguono senza restare mai. Tranne uno: lo psicanalista/spettro del patrigno aguzzino (Simone Destrero), non a caso contraltare del padre, che dà modo a  Suarez di perdersi volutamente tra le pieghe della psicologia per scavare nelle possibili ragioni che portano a intraprendere determinate strade.

Foto di scena ©Pierpaolo Cioeta

Ancora un po’ naïf dal punto di vista drammaturgico e recitativo, nonostante l’interpretazione coinvolgente di Suarez che alterna momenti genuinamente brillanti ad altri evidentemente più prevedibili, lo spettacolo sembra mancare di una nervatura forte che lasci intravedere qualcos’altro oltre il racconto di una storia. Se l’obiettivo è quello di ottenere l’aderenza emotiva da parte del pubblico — intento non difficile considerato l’argomento così delicato —, o di denunciare una situazione drammatica, o ancora di trovare una possibilità di riscatto attraverso il teatro, allora tale obiettivo può dirsi raggiunto; tuttavia, per uno spettacolo di più ampio respiro occorre andare oltre le certezze consolidate, altrimenti si rischia di mostrare il semplice duplicato di una realtà, purtroppo, già nota.

Foto ©Pierpaolo Cioeta

• Ferocia – Gabriela Eleonori

Le tre donne protagoniste di Ferocia sono vittime della violenza dei loro uomini ma artefici della propria infelicità, perché conniventi. Cercavano l’amore e invece hanno trovato i lividi, le umiliazioni, la vergogna di essere le donne che non avrebbero mai voluto — quelle complici della violenza, quelle che, in fondo, pensano di meritarla. Tre storie parallele, diverse solo in apparenza, s’intersecano idealmente: cambiano i dettagli delle piccole case stilizzate che riflettono diverse estrazioni socio-culturali; cambia essere madre casalinga (Betta Cianchini), donna borghese in carriera (Elisabetta De Vito) o giovane donna (Lucia Bendia); ma il germe impazzito della violenza è unico, trasversale, come un primo schiaffo a cui non si dà importanza ma che dà il via all’inferno. Nonostante la tensione drammatica sfoci inevitabilmente nella violenza, qui però il vittimismo lascia spazio a una beffarda auto-ironia che diventa la chiave per non piangersi addosso e trovare la forza per continuare a raccontare, finché ce ne sarà bisogno: “Fateci smettere questo spettacolo” è il significativo e provocatorio sottotitolo, come a dire: questo spettacolo esiste suo malgrado ed esisterà finché tra le notizie di cronaca leggeremo della “ferocia”.

Foto di scena ©Stefano Pernice

 Ferocia (prod. 369 gradi)graffia senza aver bisogno di urlare, ferisce ma con una freddezza inquietante, incide l’indifferenza con nitida precisione di particolari. Ciò  non vuol dire che non emozioni, tutt’altro, ma grazie alla scrittura complessa e sfaccettata di Cianchini — che con delicato tocco femminile e, insieme, crudezza ben tratteggia i tre profili di donne assemblate a partire da frammenti di vita già esistenti e interpretate con grande sensibilità e sentita partecipazione dalle tre attrici — lo spettacolo diventa un’analisi lucidissima, intensa e spietata non solo dei meccanismi psicologici che si innestano nella mente di una donna vittima di violenza ma anche del comportamento dei grandi assenti, gli uomini, cercando di capire chi si possa nascondere dietro a un uomo violento. Certamente, non per legittimarli, errore in cui incappano le protagoniste, ma per dare una parvenza di umanità a ciò che è disumano e inaccettabile.

Sono storie di donne difficili sia da raccontare che da ascoltare, storie in cui la testimonianza diventa l’unico modo per sopravvivere alle vessazioni; storie che dimostrano quanto per la donna il cammino verso l’auto-affermazione sia ancora lento e affannoso ma venga affrontato pur sempre con grande determinazione. E certo se questo è lo specchio della società in cui viviamo è doveroso parlarne. Anche se l’augurio, paradossalmente, è che in futuro le donne debbano aver bisogno di molto meno coraggio.

Letture consigliate:
• La libertà inafferrabile: al Kismet ‘La bisbetica domata’ grottesca di Tonio De Nitto, di Nicola Delnero
• La supremazia del maschilismo: all’India il Pirandello di Fogacci e Malosti, di Sarah Curati
• Ritratto doppio di rivoluzionaria: le donne ribelli di Animanera e Bonaiuto, di Giulio Sonno

Ascolto consigliato

Teatro Argot Studio, Roma – 11 e 18 giugno 2016