PSV1433929484PS5578070c66389

Anna O | Così grande e così inutile

Se c’è una caratteristica che contraddistingue il Roma Fringe Festival è la varietà dell’offerta teatrale: dramma, commedia, danza, performance, prosa; un ampio ventaglio per tutti i gusti e le inclinazioni. Così, tra un bicchiere di birra e una sbirciata al mercatino, scopriamo che accanto ai generi tradizionali si fa largo anche un gusto tutto contemporaneo per la contaminazione, una sperimentazione che mira a esplorare le zone liminari del teatro, instaurando un dialogo proficuo tra questo e gli altri media.

È il caso di Anna O della compagnia Les Mistons, che prova a mescolare teatro e serie tv. In un’atmosfera da Friends, veniamo a contatto con una generazione di trentenni italiani che tra accennati intrecci amorosi, lavori precari e sogni di gloria (tutti e tre i personaggi bazzicano il mondo dello spettacolo), sono alle prese con i problemi della vita quotidiana; li vediamo infatti ciondolare per casa nell’intento di girare la scena di un film, ma alla fine trovano sempre mille motivi per non fare nulla. “E ora cosa facciamo?” è l’eterna domanda. Ciò che emerge da questa prima puntata è proprio una sensazione diffusa di noia e disorientamento, di chi vede le proprie chimere scontrarsi ferocemente con la dura realtà: abbiamo ancora il lusso di inseguire le nostre inclinazioni e fare davvero quello che ci piace, oppure dobbiamo ascoltare la voce della crisi sullo sfondo che ci comanda che qualsiasi lavoro va bene? In realtà in Anna O quella crisi, economica quanto interiore, è solo annunciata e poco approfondita. Forse è presto per giudicare – siamo ancora alla puntata pilota – ma il linguaggio teatrale sembra soffrire l’immersione nel plasma vischioso del piccolo schermo: se il teatro è vita condensata e sfrondata di tutte le sue parti più inutili, Anna O – in virtù delle leggi del medium televisivo con cui vuole interagire –, al contrario, dilata l’azione con espedienti poco incisivi che non generano mai un vero e proprio conflitto. Insomma, forse questa discrepanza fra illusione e mondo reale, questa “crisi” con cui i giovani fanno i conti tutti i giorni, troverà uno sviluppo più articolato solo nelle prossime puntate.

Sempre a proposito di fusioni culturali, al Fringe, poi, può capitare anche che una figura oggi un po’ dimenticata come quella di Majakovskij venga “scongelata” e riportata in auge. In Così grande e così inutile (regia di Lorenzo Collanti), infatti, la voce ruggente del poeta – simbolo della Russia post-rivoluzionaria, autore dallo stile irripetibile nella sua ricchezza lessicale, potenza espressiva e vitalità – “torna a gravare su di noi ovunque fuggiamo”. In una scenografia di tavoli bianchi e drappi rossi, dove i colori della rivoluzione d’ottobre rimandano a un’atmosfera austera e lontana, Laurence Mazzoni-Majakovskij è il perno fisso attorno al quale ruoteranno eventi biografici e poesie dell’autore sovietico, in una continua compenetrazione di realtà e sogno. È il caso del dialogo conflittuale con il poeta Esenin, che si trasforma in un pretesto per sviscerare il credo cieco nei valori della rivoluzione e il disprezzo per l’ordine borghese (“il male della società”); oppure del tenero rapporto con la madre e, naturalmente, dell’incontro con l’amore della sua vita, Lilja Brik.

Lontano dall’ingombrante e titanico egocentrismo che caratterizzò il poeta, Mazzoni ci dà un’interpretazione più intima e umana di Majakovskij, mettendone in risalto la fragilità e la solitudine. Nel finale, lo vediamo intrappolato nelle mani del grottesco ‘esimio professore’ – che altro non sembra che una parodia di Stalin –, giace sotto un tavolo “come un parassita”, debole e indifeso, e guardandolo sembra di leggere nei suoi occhi il fallimento della rivoluzione e dei suoi valori (quella stessa insostenibile delusione che lo porterà al suicidio nel 1930).

Chissà cosa avrebbe da dire Majakovskij se venisse davvero scongelato in questa nostra contemporaneità, chissà cosa penserebbe della guerra civile in Ucraina, del capitalismo comunista, o del regime autoritario e repressivo della Russia di Putin. Riuscirebbe oggigiorno la sua voce a eludere le leggi restrittive cui è sottoposta la libertà di espressione?